Una giusta riabilitazione
Ritengo opportuno, dopo una serie di articoli qui pubblicati di argomento vario, ritornare alla Repubblica Sociale Italiana ed anche a mio nonno.
Si ripropone un articolo da Candido, uscito un mese dopo la sentenza della Cassazione che assolveva mio nonno, morto già da 14 anni.
Barbara Spadini
Candido n. 21, 22 maggio 1960 ( articolo riproposto anche in Camicia Rossa Garibaldina anno XX n 4-5-nuova serie giugno-luglio 1960)
di Sandro Mantovani
“Una giusta riabilitazione: Ferruccio Spadini. La Suprema Corte di Cassazione ha riconosciuto che il professore di lettere Ferruccio Spadini fu “ un morto completamente sbagliato”. Ci sono voluti 14 anni perché ottenesse la riabilitazione un soldato la cui fucilazione fu richiesta da un procuratore generale condannato subito dopo per concussione e pretesa dal guardasigilli Palmiro Togliatti indifferente allo spettacolo di un processo truccato e di cinque figli che chiedevano pietà per un giusto.
La sera di sabato 23 aprile (1960) il telefono trillò in casa Spadini a Mantova e i cinque fratelli, seduti a tavola con la mamma, interruppero la cena.
Era il suono dell’interurbana e la telefonista annunciava.” È in linea Roma”. Poi seguivano una serie di trilli come se la persona pronta a parlare venisse raggiunta lungo il circuito di telefoni interni di un grande edificio e, infine, una presentazione autorevole diretta alla capo famiglia, la professoressa di scienze Guglielmina Varinelli, vedova del Maggiore della G.N.R. fucilato nel 1946 come traditore della Patria: “ è in linea l’Onorevole Gonella, Ministro di grazia e giustizia…”
“ La vedova Spadini?”, domandò una voce pacata: “ Signora, ho una buona notizia per lei e per i suoi figli: suo marito è stato riabilitato. La Suprema Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza pronunciata quattordici anni fa dalla corte d’assise straordinaria di Brescia. Mi creda: è stato un doveroso atto di giustizia, un atto riparatore di cui la Repubblica aveva l’obbligo…”.
Si concludeva così, con le cortesi felicitazioni del guardasigilli, preoccupato di dimostrare che la Repubblica ha il coraggio di ripudiare le tare della sua nascita, l’amarissima storia del professore di belle lettere Ferruccio Spadini, fucilato nel poligono di Mompiano da un plotone di volontari della polizia partigiana ausiliaria. I carabinieri presenti si erano rifiutati di partecipare all’esecuzione. Per loro, che andavano ricostituendosi, questa morte era un assassinio. Il condannato aveva solo potuto gridare verso il muro un alto: “ Viva l’It…” e subito i mitra l’avevano disarcionato dalla sedia dov’era legato, con la schiena alle bocche delle armi e subito, non appena sopita l’eco, era sopravvenuto un grande silenzio, durato quattordici anni e interrotto, una sera d’aprile, dalla telefonata di un ministro zelante.
Il professor Ferruccio Spadini comandava il presidio di Breno in Val Camonica. Aveva lasciato l’Istituto Arici di Brescia dove insegnava, per obbedire, ancora una volta, alla sua vocazione di innamorato dell’Italia. Anzi : per completare lo stato del servizio della sua dedizione. Le guerre le aveva fatte tutte. Quella del ’15 dove aveva guadagnato una medaglia d’argento andando sul Solarolo con i fanti del 23° ; quella dell’A.O.I. dove aveva potuto cucire sulla sahariana un altro nastrino azzurro meritato sull’ Uork Amba e, poi, le campagna di Albania e di Croazia, dove si era puntualmente presentato volontario. Nel 1943 era già prossimo alla cinquantina ma, ancora una volta, non si era tirato indietro e aveva accettato , come dirà più tardi il suo difensore senza essere creduto, di svolgere in una valle difficile i “ servizi di istituto”. Di tenere l’ordine pubblico, cioè di sostituire i carabinieri , internati in Germania dopo l’8 settembre, con un reparto di G.N.R.
Lo catturarono a Fondo, nel trentino, il 5 maggio 1945. fu riportato a Breno, sputacchiato in piazza e fatto correre a piedi nudi e, sotto la sferza, su una pietraia.
Almeno uno, il più ingenuo, per i vincitori, il più puro, per i vinti, era caduto nella rete e avrebbe dovuto sopportare da solo tutto il peso del sangue sparso in Val Camonica. Quanti erano stati i partigiani fucilati nella zona più vicina al comando? Dieci, quindici? Ebbene gli venissero addebitati. E, in particolare, due giovani uccisi dai tedeschi in rastrellamento, giovassero al procuratore generale per chiedere la morte del primo fascista che gli era capitato in aula.
Spadini era completamente estraneo a tanto orrore. Ci vorranno lunghissimi anni e tanto coraggio dei familiari per dimostrarlo, per stabilire che all’orrore delle stragi si aggiunse l’orrore della sentenza.. Ma allora, nei giorni “ radiosi ” del 1945, non era la giustizia a levare la sua voce ma la vendetta.
Fu un processo vergognoso seguito a un interrogatorio avvenuto dinanzi a un pretore onorario, un magistrato improvvisato per meriti di clandestinità. E che avvenisse in condizioni di coercizione morale e fisica, è facile immaginare. Faceva caldo, allora, e il popola coi fazzoletti al collo levava alta la sua minaccia . A Spadini furono strappate le unghie delle mani e dei piedi. E non venne linciato subito, come invece accadde al collaborazionista Sorlini, ucciso in udienza mentre veniva “regolarmente” processato nel settembre 1945. Fu risparmiato perché la corte d’ assise straordinaria potesse prodursi in procedure come questa.
Domandava il procuratore generale: “ Testimone, giurando di dire la verità, raccontate: il maggiore Spadini partecipò a rastrellamenti, ordinò fucilazioni, imprigionò partigiani?” . E il testimone con la folla alle spalle e i miliziani con lo sten scaglionati lungo le pareti: “ No. Non credo, anzi credo proprio di no. Non rastrellò, non fucilò, non imprigionò”.
Al che il procuratore generale, con le insegne di ufficiale partigiano sotto la toga, facendo seguito ad un attimo di disappunto: “ Cancelliere, scrivi: il maggiore Spadini, secondo il teste, ha rastrellato, ha fucilato, ha imprigionato molti partigiani”. Fra i giurati c’era anche un ricettatore.
Un giornalista presente al dibattito, tale Damiani, si alzò di scatto e abbandonò l’aula; rifiutava di stendere la cronaca di tanto ignominia.
Non sappiamo perciò cosa di nobile e di commosso disse nella sua dura requisitoria il P.G. Giorgio Castellano. Il suo dire non ebbe cronaca. Ma il suo nome sì. La ebbe esattamente due anni dopo, il 4 dicembre 1947, quando il fiero procuratore generale, che si era fabbricato le prove per mandare a morte un giusto come Spadini sollevando l’entusiasmo della folla come se, anziché giudicare uno sconfitto, si mattasse il toro nell’arena, figurò nei giornali sotto la rubrica “ Cronache giudiziarie” . Davanti alla Corte d’assise, Giorgio Castellano , ex- magistrato inflessibile ed ex- partigiano, veniva adesso condannato a quattro anni di reclusione per concussione e si accasciava piangente sul banco, stroncato dalla vergogna. Pare avesse accettato dalla famiglia di un imputato, pur di non chiederne la morte, un milione pulito di am-lire. Alla sua sete di giustizia un povero come Ferruccio Spadini , che in aula non aveva ammesso mai niente, né lamentato niente, né fatto il nome di alcuno per sdebitarsi da ciò che pure non aveva commesso, era bastato. Lui, il procuratore generale, era adesso pubblicamente svergognato. Ma l’altro, il fascista, giaceva ormai da più di un anno, al cimitero. Nell’angolo più cupo, perché anche i cimiteri hanno un ghetto e là stanno i morti ammazzati dalla giustizia ripristinata nel 1945 con le armi liberatrici.
Spadini fu rinchiuso nella cella di Tito Speri. Non perchè il suo caso secondo i carcerieri , somigliasse a quello del martire. Ma perché nel carcere bresciano questa era la cella più umida e più irraggiungibile. La moglie e i figli potevano vederlo ogni quindici giorni, in parlatorio. La sentenza era stata pronunciata il 20 agosto del 1945 e ormai il maggiore aspettava nella cella della morte che la domanda di grazia, inoltrata al guardasigilli, avesse una risposta.
“ Papà” dicevano i cinque figli col secondino accanto, al di qua della grata “ ciao, pensaci, noi siamo buoni”. E Spadini faceva di sì, col pacco in mano che gli avevano portato. Spartaco, il più piccolo, aveva tredici anni. Portava i calzoni corti come Giulio di 16. Adesso fanno i rappresentanti a Mantova, Per mancanza di mezzi non hanno più potuto continuare gli studi. . Rienzo di 19 anni e Giovanni di 21 si tenevano per mano. Adesso uno è geometra in una società elettrica e l’altro, che era iscritto al terzo anno di ingegneria, è impiegato a Milano. Davanti a tutti Giuliana di 22 anni, laureanda in lettere e la mamma con i capelli già bianchi, la professoressa Guglielmina Varinelli.
“ Papà come stai?” domandavano e il secondino giocava con le chiavi.
“ Bene, ragazzi, obbedite alla mamma”. E più piano a Giuliana , quasi in un orecchio.” Giuliana, tu che sei la più grande, cerca di capire. Tuo padre è innocente. E’ solo la vittima del furore di oggi. Ogni rivoluzione reclama le sue vittime ed io sono una di queste. Qualsiasi cosa succeda, però, ricordate ciò che vi dico: perdonate, perdonate, perdonate”.
E ancora, sempre a Giuliana. “ Piccola mia, che pena sarà essere ucciso da italiani”.
Non disse mai ciò che era dolente cronaca di questo Spielberg della resistenza:” mi hanno seviziato, percosso, insultato, torturato”.
Disse solo e sempre: “ Sto bene. Obbedite alla mamma”.
Era già l’inverno . L’Italia ballava allegra. Aveva scoperto il boogie-woogie e i primi film musicali americani come “ Serenata a Vallechiara”. Si preparavano le prime riviste. Il paese era inondato di giornali folti di belle parole e di sonanti propositi.
Partì per Roma il buon don Angelo, segretario del Vescovo di Brescia, monsignor Tredici, che insisteva nell’adoperarsi perché la condanna del morituro venisse convertita e la richiesta del fierissimo Giorgio Castellano, procuratore generale tutto di un pezzo (visto di fronte) e contrabbandiere di clemenza dietro versamento anticipato di am-lire (visto di spalle), arginata dalla grazia.
Certi episodi hanno testimoni discreti. Ma si vuole che al ministro di grazia e giustizia dell’epoca, Palmiro Togliatti, non dicessero niente i nomi di cinque ragazzi segnati nella pratica del morituro Spadini e che tutto venisse da lui congedato con questa rinnovata e più autorevole conferma della sentenza: “ Conosco anche troppo bene la zona di Brescia e ciò che vi è accaduto. Quell’uomo deve morire”.
Ovviamente il guardasigilli conosceva la zona di Brescia solo per ciò che certi suoi sottoposti come il magistrato Giorgio Castellano, così amante della verità, gli avevano raccontato. Infatti durante i mesi nei quali gli Spadini e le brigate partigiane si erano fronteggiati, il Togliatti, con il nome di battaglia di Ercole Ercoli, soggiornava fuori dalla mischia nel territorio dell’Unione Sovietica.
Spadini continuò ad aspettare. Il paese, liberato, guardava male la famiglia di un morituro additato al pubblico ludibrio dalle infamanti accuse del procuratore generale Giorgio Castellano. Per i ragazzi del professore che aveva tradito la patria non c’era neanche un posto di fattorino. La gente voltava la testa quando incontrava per strada l’imminente vedova.
Finchè non giunse l’ultima notte. Quella che non avrebbe avuto alcun seguito di giorni e di speranza se una notizia fosse giunta da Roma fino al carcere: la richiesta di grazia è respinta.
Spadini fu pietosamente ingannato dai suoi stessi compagni di cella. Gli dissero che , forse, la grazia era stata concessa e che la si poteva attendere tutti riuniti nella cella-biblioteca che il direttore del carcere, Pandolfelli, metteva a disposizione adesso che – nel febbraio 1946- anche la pietà tornava di moda.
E vegliarono tutti fra i libri che le benefattrici regalano alla casa di pena, fra i titoli di Delly e quelli di Victor Hugo: il maggiore e alcuni altri fascisti, come Augusto Taggi, ufficiale superiore condannato a lunghi anni..
Taggi aveva una bella dote per i compagni di carcere: sapeva recitare le poesie in romanesco e una, fra tante, benissimo: La fionna di Romolo Lombardi.
“ Dimmela ancora una volta” pregò Spadini a quella luce fioca “ Dimmela bene. Perché se la tua voce tremerà io capirò che voi tutti sapete già quel che immagino: che all’alba dovrò morire”.
La voce del Taggi forse tremava o forse Spadini dovette capire che era l’ora. Ma non disse niente altro se non questo: “ grazie, Augusto del conforto che mi dai”.
E quando l’alba mise in luce il segno delle inferriate e la porta si aprì perché entrassero il P.M., un giudice, il direttore e i carabinieri, il professore di belle lettere Spadini non ebbe che un esclamazione: “ quanta gente per un uomo solo che deve morire”. Poi fu condotto all’aperto con le manette al cui scatto, dritto in piedi con gli occhi accesi, aveva commentato adagio: “ un soldato non dovrebbe mai subire quest’onta”.
I partigiani erano già schierati, c’era anche don Angelo tutto nero nella poca luce. Mancava un minuto. E Spadini ebbe il tempo sufficiente a togliersi le scarpe dai piedi e il cappotto dalle spalle pregando il prete di consegnarli ai suoi figli che, di febbraio, avrebbero potuto averne bisogno. Poi la scarica, che fece volare in alto gli uccelli di tutte le piante.
I cinque ragazzi del morto dormivano ancora, poco lontano, nella casa di Brescia e già uno redigeva per loro l’annuncio che giustizia era fatta: “ Spadini Ferruccio è stato sepolto nella tomba numero 48 del cimitero”.
Si mosse la ruota del fisco che è ingranata con quella della giustizia. I ragazzi avrebbero avuto bisogno del cappotto e delle scarpe. L’appartamento di Brescia fu confiscato. Non c’erano che poche suppellettili là dentro. Nelle ore di liberazione i partigiani si erano portati via tutto, anche le medaglie del Solarolo e dell’Uork Amba. E anche una casa, che il professore si era comprata* a Mantova, fu artigliata dallo stato. I traditori non devono avere più tetto e nemmeno i loro figli.
Alla famiglia furono concesse due stanze nella casa mantovana di cui gli Spadini erano stati proprietari e nessuno degli uscieri si preoccupò prelevando tutto -armadi, bauli, letti- che i ragazzi restassero con gli abiti che indossavano e con in tasca solo le lettere che papà aveva indirizzato, una ciascuno, un attimo prima dell’alba.
Le lettere sono ancora tutte nella casa di Mantova, adesso, e proprio adesso sono da leggere . Oggi che è stato Gonella stesso, nuovo ministro tutelare della Giustizia, ad ammettere per telefono e personalmente da Roma ( fatto inedito nella cronaca della giustizia in Italia) che il Paese di allora sbagliò tutto e quello di oggi, che forse non è più lo stesso, è così civile da ammetterlo. Le lettere datate 13 febbraio 1946 insistono: perdonate. Gridano: sono innocente.
Una domanda però: si sarebbe ugualmente salvata la memoria di Ferruccio Spadini senza la tenacia della vedova e dei figli che per quattordici anni non hanno rinunciato a lottare pur di riscattare quel giorno di sangue?
Una risposta sicura: no, la memoria non si sarebbe salvata.
Come tante altre non si salvarono, come tante nequizie non vengono né verranno mai più additate, sepolte come sono da una coltre di polvere e dalla congiura del silenzio, due voci che, insieme, formano spesso la storia.
Giuliana Spadini e la mamma che subito, nel vuoto che si era fatto loro intorno, guadagnarono il pane per tutti facendo ore di supplenza nelle scuole mantovane, non sono state un solo giorno senza fare qualcosa per l’Invendicato della tomba numero 48.
Giuliana ha ripercorso tutti i sentieri della Val Camonica, ha ritrovato i testimoni, ne ha prodotti di nuovi. E’ riuscita a produrre la testimonianza di Giacomina Turetti vedova Cattane, mamma del partigiano Giuseppe Cattane ucciso dai tedeschi. E la mamma ha detto.” È stato ingiusto accusare il povero Spadini della morte di mio figlio. Ed era giusto invece dire che io debbo alla sua pietà se ho riavuto il corpo del mio Giuseppe e conosco le sue ultime parole”.
Giuliana adesso professoressa di lettere all’Avviamento un giorno prese carta e penna. Scrisse a Gonella. Unì una foto di papà. Gli disse: era solo un entusiasta. Un professore di lettere per il quale la storia era come l’epica greca. E Gonella rispose: tentiamo. Riapriamo l’istruttoria. E subito, come birilli, tutti i capi d’accusa furono stesi e venne stabilito: Spadini era un onesto soldato, un vecchio soldato con le medaglie, che a casa non aveva saputo restare.
Restava l’accusa di collaborazionismo prima di arrivare alla riabilitazione. E fu l’avvocato Franco Mariani di Roma a dimostrarne secondo la corrente giurisprudenza l’infondatezza. “ Non può individuarsi tale reato nella mera attività di comando di qualsiasi natura e tanto meno in quella operata nell’ambito di servizi di istituto e di polizia” ( art. 49 della convenzione dell’Aja). Fino alla sentenza della Suprema Corte, la seconda dopo la riabilitazione post mortem del questore di Brescia Manlio Mandrilli.
Adesso urge, dunque, un provvedimento: il signor maggiore Ferruccio Spadini, medaglia d’argento, quello al quale Gabriele d’Annunzio dedicò questa epigrafe: “ A Ferruccio Spadini compagno d’arme che per predestinazione eroica porta nel suo stesso nome l’acciaio e il ferro”, è sempre prigioniero della tomba numero 48. Il suo corpo nasconde ancora i proiettili della polizia ausiliaria partigiana.
Ebbene: lo si riporti a Mantova dov’è nato. E si abbia l’ulteriore coraggio di rendere ad un soldato sfortunato l’onore che gli compete, quello delle armi.
Sia un funerale sobrio, una memoria onesta con un plotone di soldati nuovi, giovani come l’ultimo figlio del professore che ha lasciato da poco l’uniforme kaki. E si faccia anche una foto, presa da un qualsiasi punto. E la si mandi a Palmiro Togliatti, ex-guardasigilli, e ci si scriva con il lapis rosso: “Per conoscenza”.
( l’articolo ripreso anche da “Camicia rossa garibaldina” là termina con un commento dell’editore, Ezio Garibaldi: “ abbiamo voluto rievocare l’odissea dell’eroico garibaldino Ferruccio Spadini perché egli fu nostro compagno di guerra in Slovenia nel 1943 con la carica di Comandante la Sezione Mitragliatrici del Battaglione Nizza, dei Gruppi d’azione nizzarda e avendolo avuto ai miei ordini, ne apprezzai l’alto spirito volontaristico nei supremi ideali della Patria. Alla Sua memoria vada il commosso saluto delle Camicie Rosse Italiane”).
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* va precisato, per correttezza, che mio nonno non aveva acquistato la “casa mantovana” citata da Sandro Mantovani, ma l’aveva ereditata. E’ tuttora proprietà degli Spadini e, in un certo senso, piccolo mausoleo di ricordi, gelosamente custoditi non solo tra i muri di mattoni ma, soprattutto, nel cuore e nell’esistere quotidiano.
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