Da Effemeridi di Amerino Griffini: un ricordo di Gino Boccasile

EFFEMERIDI – Il 10 maggio 1952 muore a Milano il pittore e grafico pubblicitario Gino Boccasile.
Dalla Puglia dove era nato si era trasferito a Milano per lavorare come figurinista per una casa di moda femminile raggiungendo quasi subito la notorietà. Accettò un’offerta di lavoro in Argentina ma vi rimase poco, scegliendo di dedicarsi alla pittura a Parigi; l’esperienza francese non fu felice visto che rischiò di morire di fame perché i suoi quadri non si vendevano.
Tornato a Milano, nei primi anni ’30 lavorò come illustratore per le case editrici Mondadori e Rizzoli, fu collaboratore di varie riviste (“Donna”, “L’Illustrazione”, “Bertoldo”, “La Lettura”, “L’illustrazione del medico” e molte altre), la più famosa delle quali, “Le Grandi Firme”, diretta da Pitigrilli e poi da Cesare Zavattini, lo ebbe anche come disegnatore delle copertine.
Lo resero famoso soprattutto i disegni delle sue donne, slanciate e prosperose. La cartellonistica pubblicitaria fu l’altro grande settore per il quale disegnò manifesti che hanno fatto storia, memorabili quelli per la Roberts, la Pirelli, il Lloyd Triestino….
Convinto fascista, mise la sua arte anche a disposizione del Regime; suo il famoso manifesto celebrativo del decennale della Rivoluzione fascista. Dalla Germania lo notò anche Joseph Göbbels che gli chiese di collaborare come grafico ad alcune campagne pubblicitarie del Terzo Reich.
Dopo l’8 settembre 1943 aderì con entusiasmo alla Repubblica Sociale fino all’aprile 1945 dedicandosi a tempo pieno alla realizzazione di manifesti e cartoline per reparti combattenti come la Divisione alpina “Monterosa” e la Xª MAS (fu anche collaboratore della pubblicazione della Decima: “L’Orizzonte”), impegnandosi in prima persona anche arruolandosi nella Legione SS italiane (poi 29ª Divisione Waffen-SS “Italia”) nella quale ebbe il grado di Tenente. Per la rivista del reparto, “Avanguardia”, lavorò aggiungendo alla sua firma le due folgori delle “ss” stilizzate sui suoi disegni. Di quel periodo sono famosi alcuni suoi manifesti dedicati alle devastazioni dei bombardamenti e ai crimini degli Alleati, ancora vere e proprie icone del periodo della guerra e della guerra civile. Pare che lavorasse in uno studio con il mitra accanto, pronto a respingere un eventuale assalto.
Dopo la guerra fu incarcerato a Brescia dove a fine 1945 fu processato dalla Corte d’Assise Straordinaria che però non riuscì ad individuare alcun reato da ascrivergli e quindi lo assolse e scarcerò.
Tornato in libertà, la sua firma demonizzata fu un ostacolo per tornare a lavorare. L’emarginazione non la trovò certo nell’ambiente neofascista nel quale entrò subito dopo il carcere, disegnando caricature, manifesti, tessere. Famoso il suo “Risorgi Italia” disegnato per “Il Meridiano d’Italia”. Aderì anche al MSI dalla fondazione del partito.
Riprese infine a lavorare nuovamente come grafico pubblicitario per grandi aziende, come le acciaierie Bolzano, la Ramazzotti, la Chlorodont, la RAS e molte altre continuando anche la collaborazione con caricature e disegni per varie pubblicazioni come il “Travaso delle idee”, incappando spesso nella censura democristiana (la stessa che metteva le foglie di fico alle statue dell’EUR) sempre pronta a colpire anche i disegni delle sue donne viste come pericolose tentatrici dalla bigotta pruderie di Stato. Ragione per cui si trovò a lavorare – liberamente – per editori francesi e inglesi.
Morì poco più che cinquantenne, lasciando incompiuto un lavoro di illustrazione del “Decameron” che finì poi Walter Molino. (A.G. – v. in bacheca due selezioni di manifesti di Boccasile)

QUEI REDUCI DALLO SGUARDO COSI’ PULITO

NUOVO FRONTE N.159. 1995. Dicembre 1995 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

QUEI REDUCI DALLO SGUARDO COSI’ PULITO

Toni De Santoli

Li perseguita da quasi mezzo secolo un’accusa, quella di guerrafondaismo. Singolare paese, l’Italia, e ancor più singolari -per non dire altro- i “vincitori” nostrali secondo i quali l’avversario è sempre bieco, sempre spietato, sempre assetato di sangue. Crede in una “dea” chiamata Sopraffazione e obbedisce ai più bassi istinti. Il suo slancio, poi, è scambiato per intossicazione mentale, la sua coerenza per cecità, la sua fierezza per protervia, la sua sicurezza per sicumera.

Qualcosa, sebbene con grave e colpevole ritardo, sta cambiando nel modo in cui da noi s’interpretano la storia, la politica e i casi della vita in relazione a come essi si inquadrano nel cammino, che di per sè non è mai facile, di un popolo intero. Ma quanti in Italia trovano ancora comodo per via di durissime incrostazioni ideologiche e per via della pigrizia mentale e della paura intellettuale che ne attanaglia le meningi e ne inaridisce il cuore – definire i paracadutisti, e soprattutto quelli della Seconda Guerra Mondiale, come pericolosi esaltati che un tempo posero se stessi al servizio delle forze del male? Tanti. Di un tale atteggiamento potremmo anche fregarcene se simili opinioni quei “tanti” avessero il buon gusto di tenerle per sè punto e basta. Sui giornali, in tv, a scuola, in ufficio, in casa, ne fanno invece propaganda trovando un fertile terreno proprio nei giovani e nei giovanissimi. Ingenua l’osservazione? Può darsi. Ma è mai possibile che in questo Paese si debba esser condannati a dar sempre prova di realismo, di concretezza, di scetticismo, col risultato che alla fine non si crede più in nulla se non nel proprio interesse personale o in quella della propria setta o conventicola? Può subire modifiche il carattere di un uomo, non la natura. E’ allora pensabile che i reduci visti sabato e domenica nell’Agro Pontino abbiano compiuto mezzo secolo fa infamie e scellerataggini e a quell’epoca trovassero nella guerra la loro sola ragione di vita?

Ma guardiamoli, i loro occhi sono puliti. Alcuni portano ancora con sè una luminosità fanciullesca. Come lo sguardo di Alessandro Ceccarini, livornese, figlio del popolo, classe 1913, tre guerre, un onore sempre ben salvaguardato. Come quello di Ettore Balzini, fiorentino, volontario nel ‘43, forte della consapevolezza di aver fatto il proprio dovere di soldato e questo gli basta, nemmeno lui cerca l’applauso, nemmeno lui è andato in guerra per ricavar dalla guerra chissà quali onori o riconoscimenti. O come l’espressione di Romano Ferretto, il grande atteso al raduno dei parà della Rsi poichè agli altri raduni lui non ha mai preso parte, poichè i combattimenti del 3 e 4 giugno al Fosso dell’Acquabona lo hanno segnato per sempre. Sembra un asceta il tenente Ferretto che indossa modestissimi abiti ed è un uomo straziato. Ancora straziato da quel giomo che all’Acquabona il comando operativo tenuta dalla Wehrmacht gli ordina di prendere un colle e lui obbedisce: è un attacco in salita, sotto il fuoco, intenso e preciso, degli inglesi. La sua compagnia, la Settima -quasi del tutto composta di giovanissimi- ne esce decimata. Lui, che non ha colpa alcuna, se ne sente però responsabile. Quel giorno cambia per sempre la sua vita. Quando i parà al tramonto si riuniscono con emozione nel luogo della battaglia e a lui viene chiesto di scoprire la lapide che ricorda il sacrificio della sua compagnia, sul volto di Romano Ferretto scendono grosse lacrime e in pochi istanti il suo pianto si fa convulso. “là troppo il dolore”, sussurra con la voce ancora rotta e i suoi commilitoni lo abbracciano, lo rincuorano, lo salutano. Poco prima il maggiore Sala aveva detto ai suoi ragazzi: “Miei cari paracadutisti e ausiliarie, sono felice di vedervi qui dove cinquant’anni fa vi siete battuti con valore e dove, indicando un sentiero, una pietra, potrete dire “Io ero qui”. Cari ragazzi, l’8 settembre abbiamo continuato a combattere per l’onore d’Italia, soli, ma quella solitudine ci faceva più forti, responsabili del tremendo impegno che ci eravamo assunti. La nostra grande avventura non cambiava il destino delle armi, ma certamente il giudizio della storia sul popolo italiano».


DECIMA COMANDANTE!QUELLA GENERAZIONE IRRIPETIBILE

DECIMA COMANDANTE!

QUELLA GENERAZIONE IRRIPETIBILE

Non passa giorno, da quasi dieci lustri, che la ’storia’ di questa sventurata Patria nostra non sia funestata da squalificanti vicende che interessano spesso la cronaca nera. Senza soluzione di continuità dimostra il vuoto morale, lo squallore nel quale è sprofondata quella che fu la culla della civiltà e del diritto. Tali miserie sono divenute costume di vita per questa società marcia, che si è votata al dio denaro e ai suoi ineffabili diaconi.

Abortita nel profondo e maleodorante abisso del tradimento savoiardo e di una guerra malamente perduta priva di ogni idealità, spogliata da qualsivoglia valore etico, questa società acefala ha prodotto una miriade di scandali, malgoverno, “misteri irrisolti”, reati e delitti d’ogni sorta. Società che vivacchia nella mediocrità, nell’inerzia, nel materialismo e, come per un processo imbibente, assorbe le macroscopiche falsità costruite da interessati sinèdri. Società plagiata da liturgie girondine e giacobine inculcate da sedicenti mallevadori e reclamizzati solisti di un futuro ausonico Eden. Società che ha dato i natali a generazioni vacue, già vecchie e decrepite, senza slanci, colme di un fittizio benessere, spesso incline a ogni scelleratezza e prive di regole di comportamento civile. Agli antipodi di qualsiasi galateo, irreggimentate in un mondo folle e vile, dove consuetudini, precetti e doveri sono banditi. Nella migliore delle ipotesi, irrisi.

In questo mare di abiezione, unica rifulge una luce. Un bagliore ‘forse’ lontano ma vivissimo, intriso di ascetico misticismo. Ci ricorda e ci parla di un’altra generazione. Di una generazione ‘irripetibile’.

‘Irripetibile’, come senza enfasi l’ha definita magistralmente Sergio Nesi Med. Arg. V.M., Ten. di Vasc. dei Mezzi d’assalto della Xa in RSI. Così, l’Autore di ‘Decima Flottiglia nostra… ‘, celebra i combattenti dell’Onore e li consegna alla Storia. Generazione irripetibile quella, di giovani e meno giovani, che all’indomani dell’otto settembre non ha accettato la resa e si è ribellata al tradimento perpetrato sì all’alleato germanico ma, soprattutto, al popolo italiano, marchiandolo di spergiuro e arrecandogli danni inestimabili.

Generazione irripetibile quella che volontariamente prese le armi contro il nemico invasore, consapevole di battersi soltanto per l’Onore.

Generazione irripetibile che, nel grigiore e nella confusione di quei tragici giorni, fece garrire, alte nel cielo e in faccia a tutti gli stranieri, le bandiere ribelli della Repubblica Sociale Italiana.

Generazione irripetibile che aborriva il mondo fradicio dell’ignavia, del doppio gioco, del calcolo interessato, dei servi e dei vili. Generazione irripetibile quella, che anelò al combattimento -facendosi guerriera in capo a qualche mese- a vergogna di una pletora plebea nell’animo e di una misera manciata di assassini. Generazione irripetibile quella, che diede vita a un fenomeno di volontarismo non riscontrabile in altra stagione o sotto altre latitudini. Generazione irripetibile quella, che dimostrò agli amici traditi, ai nemici invasori, al mondo intero, di quale tempra fossero quei Marinai, Avieri, Soldati, Legionari della RSI e, per la prima volta anche, la migliore gioventù femminile d’Italia. Generazione irripetibile quella, che donò alla Patria nomi gloriosi come ‘Barbarigo’, ‘Fulmine’, ‘NP’, ‘Lupo’, ‘Servizi Speciali’, ‘Folgore’, ‘San Marco’, ‘Monterosa’, ‘Xa Mas’, ‘Gruppi I° e II° Caccia’, ‘Faggioni’, ‘Terracciano’,'I° Btg. Bersaglieri Mussolini’, ‘Degli Oddi’, Legioni ‘Tagliamento’. Generazione irripetibile quella, che contrastò efficacemente l’avanzata dei potenti eserciti ‘alleati’, difese vittoriosamente il confine occidentale da invasioni straniere e quello Giulio dei barbari d’oriente. Generazione irripetibile che offrì orgogliosamente e senza rimpianto il proprio sangue perché la Patria – ritrovando l’onore – vedesse il suo popolo vivere affratellato e nel reciproco rispetto con le altre Nazioni. Quella generazione irripetibile languì nelle carceri, nei campi POW e subendo, a guerra finita, un martirio indescrivibile ad opera di feroci animali travestiti da uomini. Generazione irripetibile, che, offrendo tutta se stessa e senza nulla chiedere, suscitò l’ammirazione del nemico che, spesso, concesse ai Reparti di linea l’onore delle armi.  Essa fu e rimane quanto di meglio – per onestà, amor di Patria, senso dell’onore, del dovere e del sacrificio – l’Italia abbia avuto e possa vantare. Tra i molteplici riconoscimenti alla scelta di campo, al valore e al sacrificio dei Combattenti repubblicani, è sintomatico quanto asserito, anni addietro, dall’ex re d’Italia, circa i Volontari dell’Onore che, pur avendo scelto la parte perdente, erano stati -inequivocabilmente- dalla parte giusta. Nel corso di una intervista riportata su “Il Testimone” (Pubblicazione del Comitato Interarma RSI), Umberto di Savoia così si espresse. “Voi della RSI siete stati dalla parte giusta. La ragione e la Storia sono state e saranno sempre con voi. Se non fossi stato il figlio di Sua Maestà il re d’Italia, io pure avrei scelto la via del nord.” I soldati della Repubblica Sociale Italiana hanno amato e onorato l’Italia sopra ogni cosa. Noi che vivemmo i tragici giorni del settembre ‘43, siamo  orgogliosi di aver appartenuto a quella ‘Generazione irripetibile’.

Queste sono le parole con cui Piero Operti, antifascista e partigiano, difese i suoi giovani studenti universitari reduci dell’esercito repubblicano, nell’immediato dopoguerra

PIERO OPERTI CAPO PARTIGIANO SCRIVE

Piero Operti

Queste sono le parole con cui Piero Operti, antifascista e partigiano, difese i suoi giovani studenti universitari reduci dell’esercito repubblicano, nell’immediato dopoguerra.

Si, O SIGNORI, io son quel desso. Son colui che distinguete col nome di “Repubblichino”. Appartenni alle Forze Armate della R.S.I. Voi vedete in me la sentina di tutte le colpe, il ricettacolo di tutti gli errori, la pattumiera di tutte le iniquità. Infatti tenni fede alla parola data alla Patria quando la vostra saggezza aveva, quella parola, per chiffon de papier; credetti quando tutto comandava lo scetticismo; quando l’imboscamento veniva aureolato di gloria volli continuare a combattere. Son colui che distinguete col nome di “Repubblichino”.

Fui soldato dell’onore – sostantivo maschile derivato dal latino “honor, honoris” della terza declinazione regolare – e, mentre voi radiavate dal dizionario questo vocabolo come contrastante con l’eclettismo della itala gente dalle molte vite e dalle molte casacche, ricordai che i Romani divinizzarono l’ONORE e il VALORE e li venerarono in un medesimo tempio; e mentre la Fortuna giungeva a voi sulle ali dei «Liberators» io ricordai che i Romani, dopo la rotta di Canne, edificarono un tempio alla Fortuna Virile, e che conferendo maschiezza alla fortuna essi ne fecero non un dono del caso bensì una conquista del valore.

Perciò il 5 giugno 1944, quando voi alzavate inni di giubilo per la «liberazione» di Roma, io piansi le più cocenti lagrime della mia vita e invidiai i camerati del «Barbarigo» caduti sulla via dell’Urbe opponendosi con le bombe a mano, come il Maggiore Rizzati, all’avanzata degli «Sherman».

E, mentre a Trieste voi gridavate: «Meglio gli slavi che i fascisti» e Radio Bari annunziava l’avanzata dei partigiani jugoslavi lungo la costa istriana, chiamandola «litorale sloveno», io sostenni nella selva di Tarnova, contro le bande dì Tito e gli ausiliari di Togliatti, un aspro combattimento nel quale quasi tutti i miei compagni del «Fulmine» persero la vita.

Fui soldato dell’Italia ritornata espressione geografica e sperai di chiudere per sempre gli occhi per non vedere la sua plebe d’ogni rango sciamare intorno ai vincitori, offrendogli i suoi fiori e le sue donne e azzuffandosi per raccattar le sigarette gettate dall’alto dei carri.

Quando, infranta la linea gotica, nelle vostre città voi apprestavate archi di trionfo e vi gettavate ai linciaggi, io sparai sul Senio sino alla mia ultima cartuccia e coi camerati superstiti del «Lupo» ricevetti dal nemico l’onore delle armi, come Kosciusko a Macovje, qualcuno in quel luogo e in quell’ora pronunziò le parole: «finis Italiae».

Sono, o signori, il temerario ribelle alle suggestioni della liberazione e della capitolazione.

Rimasi al fianco del tedesco perché la guerra non è un giro di valzer e con lui l’avevo incomincìata, perché sapevo ch’egli ci era nel presente e ci sarebbe stato nel futuro meno nemico degli alleati, e perché prevedevo che costoro, essendo buoni sportivi, ci avrebbero in qualunque caso meglio giudicati e trattati se non piantavamo in asso il compagno di squadra nell’ora più dura della partita. Per questo compagno avevo la stima che non può negarsi al valore e che schiettamente egli ricambiava a tutti i buoni soldati. Come in Grecia, in Russia, in Africa rimasi al suo fianco in Italia e accanto a lui sanguinante camminai nel mio sudore e nel mio sangue avendo di fronte lo schieramento del nemico, sulla R.A.F., alle spalle le fucilate dei partigiani; e spesso dovevo chiedere a lui le munizioni, essendo le mie inservibili perché sabotate nelle fabbriche.

Venuto il mio turno, rifiutai la licenza, sapendo che al paese mi attendeva l’agguato, e volevo morire contrastando all’invasore la mia terra e non assassinato da un italiano.

MI STRINSI AL CUORE L’ULTIMO LEMBO DELLA BANDIERA, quando voi ne davate i brandelli ai negri perché li adoperassero come pezze da piedi. Nulla mi sembrò più orribile del proclamarsi vincitori in una patria disfatta e bruciai la mia anima nel rogo dell’Italia delle cui ceneri avete fatto il Vostro Piedistallo.

Ebbi l’inaudita protervia di vedere fra i ciechi, di udire fra i sordi, di camminare fra i paralitici, di piangere sulla fine della mia Patria mentre voi tripudiavate sul principio della vostra trionfale carriera. Risparmiato dalla guerra e dalla guerriglia, scampato alla ecatombe liberatoria, sopravvissuto a Coltano e alla galera, vengo dinanzi a Voi, o signori, a confessare il cumulo dei miei delitti.

So bene che nessun castigo da Voi inflittomi potrà adeguarsi ad essi; valga nondimeno ai vostri occhi la mia prontezza a pagare il fio di tanti misfatti.

«Molto deve esserle perdonato perché molto ha amato», disse della Maddalena il Redentore, e giustamente disse, poiché la donna piangeva sul suo passato; così giustizia vuole che avendo molto amato nulla a me sia perdonato, poiché il mio cuore, duro come una pietra, è insensibile al pentimento.     E’ questa in verità, o Signori, la mia ultima colpa, più grave da sola che tutto il carico delle colpe passate: «NON SONO PENTITO». Ma avendo militato nell’opposta trincea io non posso pronunciare questo discorso e perciò lo passo a qualche antico avversario il quale mi sia oggi fratello nell’amore per l’Italia, affinché se ne serva quando inciampa in quella domanda che io ho incontrata».

LE RESPONSABILITA’ NELLA GUERRA DI ETIOPIA. LA POSIZIONE INGLESE A DIFESA DEI PROPRI INTERESSI da BENITO MUSSOLINI, L’UOMO DELLA PACE – DA VERSAILLES AL 10 GIUGNO 1940. Cap. VIII. Guido Mussolini e Filippo Giannini

da BENITO MUSSOLINI, L’UOMO DELLA PACE – DA VERSAILLES AL 10 GIUGNO 1940. Guido Mussolini e Filippo Giannini

Anno di Edizione: 1998. Greco&Greco editori. (Indirizzo e telefono: vedi EDITORI)

LE RESPONSABILITA’ NELLA GUERRA DI ETIOPIA. LA POSIZIONE INGLESE A DIFESA DEI PROPRI INTERESSI

da BENITO MUSSOLINI, L’UOMO DELLA PACE – DA VERSAILLES AL 10 GIUGNO 1940. Cap. VIII. Guido Mussolini e Filippo Giannini

Il 1935 fu l’anno dei grandi avvenimenti che avrebbero condizionato la futura politica internazionale.

Scrive Amedeo Tosti, nel testo già citato, a pag.26: “Con il conflitto italo-etiopico e il conseguente urto italo-britannico si può considerare aperta la crisi che doveva condurre alla seconda guerra mondiale. I fatti sono noti e non è il caso qui di rievocarli. Il Governo fascista aveva da tempo mire espansionistiche in Etiopia. Sul finire del 1934, in seguito ad incidenti di frontiera nella regione Somalia-Ogaden, abilmente provocati da Roma (?) e, comunque, esagerati dal Governo fascista, i rapporti fra l’Italia e l’Etiopia entrarono in una fase di acuta tensione. Della controversia il Governo etiopico volle che fosse investita la Società delle Nazioni e la richiesta trovò un valido sostenitore nel Governo britannico, il quale riteneva opportuno combattere, fin dall’inizio, le chiare aspirazioni imperialistiche di un regime autoritario quale quello fascista che poteva seriamente compromettere la pace generale, tanto più che l’Inghilterra si trovava, in quel momento, di fronte ad un grande movimento di opinione pubblica, in seguito agli atteggiamenti dell’altro Governo autoritario ed antidemocratico: il nazionalsocialismo tedesco”.

È bene, intanto, sottolineare che il libro di Amedeo Tosti fu scritto negli anni immediatamente seguenti il secondo dopoguerra e, quindi risente del clima di penalizzare la parte perdente. E allora, come si svolsero realmente i fatti?

Premessa: la prima forma storica dell’impero etiopico fu il Regno di Axum (dal nome della sua capitale) che si trovava nella provincia del Tigrè a nord dell’attuale Etiopia e, secondo una vecchia leggenda, la dinastia regale di Axum discenderebbe dalla regina di Saba.

Sino agli inizi dell’attuale secolo, l’Abissinia, allora dai confini molto ristretti, si accrebbe con una politica di conquiste intraprese dal Negus Menelik e proseguita da Selassiè, sottomettendo e annettendo all’Abissinia i territori dei Galla, Sidano, Arusi, i regni negri di Kaffa e Wolamo, lo Yambo, il Barau, il sultanato di Tiern e, addirittura, nel 1935 il sultanato di Jimma. È una realtà che queste conquiste altro non erano che spedizioni per razzie di schiavi.

Quel che scrive Tosti (e, come detto, condiviso da altri): “Il Governo fascista aveva da tempo mire espansionistiche in Etiopia”, non è corrispondente alla realtà o, almeno, è un’affermazione che va rettificata nel tempo. Infatti, proprio nel 1923 e proprio il Governo fascista, malgrado la diffidenza inglese, s’era fatto principale sostenitore dell’ammissione dell’Etiopia nella Società delle Nazioni, E ancora, nel 1928 era stato firmato un trattato di amicizia e cooperazione italo-etiopico.

Furono, invece, proprio i Governi pre-fascisti ad avere mire sull’impero etiopico. Analizziamo, pur se sinteticamente, i fatti: 1882, inizio della politica coloniale. Impianto delle colonie di Assab. 1885, occupazione di Massaua (Mussolini aveva due anni).

1887, fu inviato sconsideratamente in quelle terre un reparto composto da appena cinquecento uomini al comando del tenentecolonnello Carlo De Cristoforis, reparto che fu massacrato da truppe abissine guidate dal Ras Alula. 1888, spedizione di 20 mila uomini al comando del generale San Marzano contro l’Abissinia. Il sultanato di Obbia sulla costa dei Somali diventa protettorato italiano.

1889, Trattato di Uccialli: protettorato italiano sull’Etiopia.

Estensione del protettorato sulla costa dei Somali. 1890, i possedimenti italiani sulla costa africana del mar Rosso vengono raggruppati in un’unica colonia che prende il nome di Eritrea. 1895, guerra all’Etiopia. 1896, il Governo Crispi fu il responsabile, per beghe di partito fra liberali e l’opposizione socialista, del mancato invio dei rinforzi alla spedizione italiana comandata dal generale Baratieri che, proprio per le inadeguate forze a sua disposizione, subì una disastrosa sconfitta ad opera del Negus Menelik ad Adua. Erano eventi che avevano marcato in profondità la coscienza di almeno un paio di generazioni di italiani. L’umiliazione di quelle sconfitte era sentita, come sostengono alcuni commentatori: “al di là di quanto imposto dalla sua entità sia sul piano militare che politico”. Ma gli appetiti coloniali dei Governi pre-fascisti si svilupparono anche verso il Nord Africa. Fu infatti il Governo Giolitti a volere l’impresa di Libia che persino Benedetto Croce, nella sua Storia d’Italia, scritta polemicamente durante il fascismo, la esaltò come iniziativa di sensibilità politica. E ancora: 1908, tutti i possedimenti italiani sull’Oceano Indiano vennero conglomerati sotto l’ unico nome di Colonia della Somalia Italiana. 1911, ultimatum alla Turchia e inizio della guerra italo-turca. Occupazione di Tripoli. La guerra venne estesa dalla flotta, oltre che in Tripolitania, anche nel Mar Egeo e nel Mar Rosso. Occupazione delle isole di Stampalia, di Rodi e di tutto il Dodecanneso. 1912, la Camera approvò con 431 voti su 470 e al Senato all’unanimità la sovranità italiana sulla Libia. Pace di Losanna tra Italia e Turchia. Istituzione del Ministero delle Colonie. Né va dimenticato che la riappacificazione della Libia, avvenuta nel primo dopoguerra, fu condotta, con mano di ferro, dal liberaldemocratico Giovanni Amendola, allora Ministro delle Colonie.

In questo contesto, va ricordata l’Albania. Infatti, per ordine del Governo Nitti vennero inviati in quel Paese notevoli contingenti di truppe italiane. A gennaio 1920 i delegati albanesi si riunirono a Lushnje e costituirono un Governo provvisorio a Tirana, chiedendo la completa indipendenza dell’Albania e, di conseguenza, il ritiro dei 70 mila soldati italiani, comandati dal generale Settimio Piacentini, che occupavano il loro Paese.Il 3 gennaio 1920, il Governo provvisorio albanese presentò un ultimatum al generale Piacentini, ultimatum che venne respinto. A seguito di ciò, il 5, il 6 e l’11 giugno gli albanesi attaccarono Valona. Le truppe italiane respinsero l’attacco e nuovi rinforzi vennero inviati in Albania.

Se quindi, ci fossero colpe da addebitare al Governo Mussolini, queste sono di essere riuscito lì dove i Governi pre-fascisti delittuosamente fallirono.

Come si giunse al conflitto italo-etiopico?

Dopo i disastri sopra accennnati, sull’Etiopia si erano concentrati gli interessi, oltre che commerciali anche strategici, della Gran Bretagna e della Francia. A testimonianza della crescente attenzione, su quella zona africana, delle potenze europee, è l’attestato dell’accordo, siglato nel 1906 il quale fissava le rispettive zone d’influenza in Etiopia fra quelle due potenze e l’Italia.

I nostri rapporti con quel Paese africano si andarono deteriorando nel 1930.

Guariglia,(6) in una memoria del 1932 scrisse “Il problema del nostro rapporto di Potenza con l’Etiopia e della nostra penetrazione pacifica e militare in essa, s’impose, ripeto, fin dal momento del nostro sbarco ad Assab”.

La tensione nei rapporti italo-etiopici si aggravarono alla fine del 1934, quando un contingente abissino si accampò davanti al fortino di Ual-Ual difeso dai Dubat, soldati somali fedeli all’Italia, al comando del capitano Roberto Cimmaruta.

Ual-Ual era una località posta al confine, sin da allora incerto, fra Somalia ed Etiopia, ma mai rivendicato dal Governo Abissino.

Il 5 dicembre di quell’anno, dopo che i Dubat rifiutarono la richiesta abissina di sgombero, questi scatenarono l’assalto e lo scontro si concluse all’alba del giorno seguente con la vittoria italiana, ma le nostre truppe coloniali lasciarono sul terreno 120 morti.

Bruno Barrella su Il Giornale d’Italia del 18 luglio 1993, rammentando i fatti di Ual-Ual, scrive: “È l’ultimo di una catena di episodi di sangue che avvenivano lungo uno dei confini più labili dell’epoca.

Mussolini da tempo aveva deciso di completare la conquista del Corno d’Africa, ma la difficoltà maggiore era costituita proprio dall’appartenenza dell’Etiopa alla Società delle Nazioni come Membro a pieno titolo e dalle garanzie che il Negus Hailè Selassiè aveva da tempo ricercato, e trovate presso gli inglesi, di cui era un vassallo fidatissimo. Dieci giorni dopo Ual-Ual, il Negus, nonostante la sua piena responsabilità nella strage, chiede alla Società delle Nazioni l’avvio della procedura necessaria per un arbitrato internazionale per dirimere i contrasti con Roma. Mussolini invece pretende le scuse, la punizione dei responsabili e il riconoscimento della sovranità italiana sulla regione dove sono avvenuti gli incidenti. Ogni composizione attraverso gli organismi internazionali, fa sapere, non è desiderata né accettata. Ed a Pietro Badoglio, allora Capo di Stato Maggiore Generale, vengono assegnati i piani della guerra.

Per risolvere pacificamente il dissidio creatosi a seguito degli incidenti di Ual-Ual, venne istituita una commissione arbitrale italo-etiopica, presieduta dallo specialista greco di diritto internazionale Nicolaos Politis. La commissione il 3 settembre 1935 emetteva la sentenza attribuendo le cause degli scontri agli atteggiamenti ostili di alcune autorità locali abissine, escludendo, di conseguenza, ogni responsabilità italiana.

Una testimonianza, forse unica sulle colpe abissine per gli “incidenti” ai pozzi di Ual-Ual, ci viene fornita da un lettore de Il Giornale d’Italia, che in data 20/08/1996, quale persona presente ai fatti, scrive: “Il sottoscritto in compagnia di un maggiore del Regio Esercito nel territorio di Ual-Ual, vide i 14.000 armati etiopi che il Negus inviò contro la Somalia italiana, lungo il fiume Uebi Scebeli (3000 da una riva del fiume ed 11.000 dall’altra riva) e che solamente dietro intervento dell’aeronautica italiana, in particolare del velivolo comandato dal M.llo pilota Perego si riuscì a far indietreggiare il predetto contingente. Purtroppo diversi militari etiopi, disertori o disgregandosi (così nel testo ndr) rimasero lungo il confine che imbattendosi con i Dubat italiani, originarono l’intervento Italo-etiopico”.

Mussolini cercava l’assicurazione che, in caso di conflitto, Francia e Inghilterra non sarebbero state ostili. Per quanto riguarda la Francia, nell’incontro di Roma del 4 gennaio 1935 con il Primo Ministro francese Laval, questi, in cambio di una politica più morbida dell’Italia nei Balcani e un freno nelle rivendicazioni dei diritti italiani in Tunisia, assicurò il benestare francese all’iniziativa italiana in Etiopia.

Questi accordi non risultano dai testi ma si svelano dallo scambio segreto di lettere tra Laval e Mussolini dove risulta, secondo quanto scrive Renzo De Felice in Mussolini il duce, che la Francia “lasciava mano libera” all’Italia in Europa. Il testo della lettera di Laval era volutamente ambiguo e dichiarava che l’interesse francese sarebbe stato solo di natura economica. In ogni caso, con la Francia, che avrebbe preferito avere l’Italia al suo fianco contro Hitler piuttosto che avversaria, l’accordo fu raggiunto.

E l’Inghilterra?

Scrivono molti storici, piuttosto frettolosamente, e citiamo ad esempio Max Gallo in Vita di Mussolini, pag. 199: “(Mussolini ndr) respinge un Piano Eden di compromesso, arringa centomila soldati (…)”.

Ma cosa veniva ad offrire Eden a Roma il 23 giugno 1935?

A mezzo del suo Ministro degli Esteri Antony Eden, il Governo Baldwin presentò una proposta di compromesso che si articolava in questo modo: l’Etiopia avrebbe ceduto all’Italia l’Ogaden ricevendo in cambio dall’Inghilterra il porto di Zeila. Ma questo avrebbe accresciuto il prestigio dell’Etiopia a danno dell’Italia che, con l’Ogaden, avrebbe ricevuto kilometri quadrati di sterile deserto. I giornali di allora scrissero che era una proposta indecente.

Guariglia nei suoi Ricordi a pag. 245, attesta: “Mussolini seppe conservare tutta la sua calma di fronte a questa manifestazione inglese dove non si poteva dire se predominasse l’ottusità, l’improntitudine o il disprezzo assoluto non tanto verso la politica italiana, quanto verso il popolo italiano, fascista o non fascista che fosse, della cui intelligenza non si faceva, da parte inglese, il benché minimo conto”.

Alessandro Lessona, allora Ministro delle Colonie del Governo Mussolini, nel 1937, così testimoniò: “Io ho il privilegio d’essere l’unico collaboratore di Mussolini a conoscenza del suo segreto pensiero e devo, per la verità, dichiarare solennemente ch’egli si augurò sempre di evitare il conflitto armato con l’Etiopia. Anche quando più decisi erano i preparativi, continuò a coltivare la speranza che “ritenendolo deciso alla guerra” si potesse giungere ad una soluzione pacifica. Cadono dunque le illazioni e le responsabilità che si sono volute addossare sulle spalle di Mussolini per aver voluto provocare la guerra etiopica ed aver così acceso la fiammella della seconda guerra mondiale. Se responsabilità vi furono, sono da attribuire alla testardaggine, all’animosità con le quali Eden condusse le trattative ginevrine”.

Ma cos’era in definitiva che spingeva la diplomazia inglese ad una simile linea? Riteniamo, in primo luogo, una diversa politica inglese nei confronti del pericolo tedesco; infatti pochi giorni prima la Gran Bretagna aveva stipulato con Hitler quell’indecoroso accordo navale del quale sopra abbiamo accennato. Secondo: escluso che alcun inglese si preoccupasse davvero dell’indipendenza o meno dell’Etiopia, altri e più sottili timori furono a smuovere il Governo britannico e cioè, una volta che l’Etiopia fosse stata popolata da milioni di coloni italiani e dotata di un esercito formato da nazionali ed indigeni, essendo quel Paese posto in una posizione strategica vitale nel seno dell’Africa, sarebbe stato un serio pericolo per i possedimenti britannici in quelle aree.

Altro motivo probabilmente valido e di cui ne condividiamo il contenuto, è quello esposto da Luigi Rossi in: Uomini che ho conosciuto: Mussolini, pag. 335: “Fu proprio la visione anticolonialista ed antiimperalista di Mussolini (che rompeva gli schemi classici degli interessi afroasiatici di Londra) ad impressionare sfavorevolmente gli inglesi. Mussolini, a proposito del problema delle colonie (in rapporto all’ipotesi di un reintegro dei tedeschi in Africa), aveva sostenuto che per superare i vecchi schemi (visti i fermenti suscitati dopo la guerra soprattutto da Gandhi), occorreva un salto di qualità. Era necessaria, quindi, un’integrazione euro-afro-asiatica per valorizzare globalmente le tecnologie industriali più avanzate e le risorse di materie prime dei Paesi inseriti nel circuito coloniale, allargando i benefici comuni a tutte le popolazioni indigene. Era allora una concezione ardita (…)”.

Sempre nel citato Volume, Luigi Rossi chiarisce le motivazioni dell’atteggiamento di Antony Eden, nei confronti dell’Italia, in forma piuttosto colorita. L’Autore riferisce di un colloquio avuto con un giornalista inglese dell’Agenzia Reuter, Cecil Sprigge: “Immagina” disse Sprigge a Rossi “che l’Impero britannico sia una grande automobile. L’abitacolo è rappresentato dal Regno Unito, l’albero di trasmissione si snoda attraverso il Mediterraneo per arrivare fino all’estremo Oriente, ma il motore è rappresentato dai possedimenti imperiali. Ti spieghi così la ragione per cui Eden è stato sempre così pregiudizialmente contrario a qualunque politica che potesse rafforzare l’Italia nel Mediterraneo. E siccome questa politica era spinta avanti con forza da Mussolini, ti spieghi perché Eden fu sempre un irriducibile nemico di Mussolini stesso. Diverso invece il rapporto con Hitler, nel cuore dell’Europa, stretto tra la Polonia e la Francia, premuto dalla Cecoslovacchia e guardato a vista dai sovietici”.

“La storia recente” obiettò Luigi Rossi (eravamo allora nel 1956 e l’Impero inglese era già in briciole) “ha dimostrato che Eden era miope. Anzi quasi cieco”.

“Sprigge sorrise e mostrò di apprezzare la battuta. Infatti Sprigge non era malato di edinite”

Gli avvenimenti precipitavano: il 20 agosto Mussolini inviò una lettera a De Bono, posto a capo del corpo di spedizione italiano in quel settore: “Io credo che dopo il 10 settembre tu debba senz’altro aspettare la mia parola d’ordine”.

Il 20 settembre la Home Fleet entrava nel Mediterraneo con lo scopo evidente di dissuadere l’Italia da ogni azione in Etiopia; si trattava di una forza mai vista in tempo di pace: 6 navi da battaglia, diciassette incrociatori di vario tonnellaggio, il tutto scortato da 53 caccia, undici sommergibili, più una gran quantità di unità di appoggio.

“Mussolini” scrive D’Aroma “viveva in quei giorni un’alternativa grave di pensieri e di decisioni opposte. Alle volte gli appariva che l’Inghilterra avrebbe alla fine voluto discutere e non tagliare i ponti; in certe giornate, viceversa, gli pareva certo che l’Inghilterra, una volta stremata l’Italia con le sanzioni, subito dopo avrebbe attaccato il nostro Paese”.

Su queste considerazioni, il Duce preparò una relazione e la presentò al Re. Così Vittorio Emanuele III rispose al suo Primo Ministro: “Sapevo quasi tutto quello che lei m’ha schiettamente riferito. So pure dell’opposizione, cauta ma viva, che si è diffusa tra i suoi principali collaboratori. M’hanno informato e so i nomi di molti generali e ammiragli che paventano e discutono troppo. Ebbene: adesso proprio che gli inglesi sono nel nostro mare e credono di averci spaventati, adesso il suo vecchio Re le dice: – Duce, vada avanti. Ci sono io alle sue spalle. Avanti, le dico!”.

Ricevuto l’ordine di Mussolini, il 3 ottebre le truppe di De Bono varcarono il fiume Mareb, che segnava il confine fra l’Eritrea e l’Etiopia.

Il giorno prima, alle 18,30, dal balcone di Palazzo Venezia, oltre all’annuncio dell’inizio delle ostilità, Mussolini frà l’altro disse: “Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di quarantaquattro milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la più nera delle ingiustizie: quella di toglierci un pò di posto al sole (…) noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma il carattere e la portata di un conflitto europeo”.

Il 7 ottobre l’Italia fu dichiarata Paese aggressore e il 10 ottobre 1935, in virtù dell’art. 16 dello Statuto della Società delle Nazioni, il Ministro britannico riuscì a mettere insieme una maggioranza di 51 Stati su 54 che votarono a favore dell’applicazione di sanzioni economiche contro l’Italia. Era la prima volta, dalla costituzione della Società delle Nazioni, che tale procedura veniva applicata; iniziava quella fase che avrebbe fatalmente portato l’Italia a schierarsi dall’altra parte (come vedremo più avanti) e questo per la difesa di un Paese che, come disse poi il Segretario degli Affari Esteri inglese, Lord Simon alla Camera dei Comuni il 24 giugno 1936: “Io non ero disposto a veder andare una sola nave in una battaglia navale anche vittoriosa per la causa dell’indipendenza abissina”.

E allora, perché le sanzioni?

Questa domanda assume un aspetto ancor più inquietante leggendo quanto disse un altro membro della Camera, Lord Mottiston, rispondendo alla domanda perché non si opponeva all’impresa italiana in Abissinia: “Volevo distruggere la ridicola aberrazione per cui sembrava una cosa nobile simpatizzare per le bestie feroci. La legge abissina era di mutilare i vivi e poi seppellirli nella sabbia affinché morissero. C’era allora un milione di questa genia; io speravo che coloro i quali volevano indire manifestazioni contro gli italiani si ricordassero che i prodi figli d’Italia affrontavano proprio allora quegli sciagurati (…). Avevo telegrafato al generale De Bono sul problema della schiavitù in Abissinia, rispose che le truppe italiane erano state accolte col più commovente entusiasmo non solo da quelli che erano stati ridotti in schiavitù ma anche dalla popolazione media (…). Rivelai tutto ciò alla Camera dei Lords il 23 ottobre 1935. Io dissi che era un’infamia mandare armi o cooperare all’invio di armi ai brutali, crudeli abissini e negarne agli altri che combattevano con onore (…). Il comandante italiano in Abissinia aveva telegrafato a Mussolini: “Come sapete ho viveri e vestiario sufficiente per le truppe per i prossimi mesi, ma non vedo come potrei nutrire anche 120 mila uomini, donne e bambini che vengono a porsi sotto la nostra protezione”. Mussolini rispose: “Dobbiamo assumerci tale rischio. Continuate a nutrire la popolazione indigena come prima” (…)”.

Iniziava così l’avventura etiopica che, come disse Churchill a pag. 192: “Il ricordo della disfatta umiliante che l’Italia aveva subito quarant’anni prima ad Adua, e della vergogna quando il suo esercito era stato non solo distrutto, ma i prigionieri erano stati oscenamente seviziati, si annidava esacerbato nella mente di tutti gli italiani”.

In ogni caso, mai il consenso del popolo per Mussolini fu più alto; per rispondere alle inique sanzioni, fu indetta la Giornata della Fede, tendente a raccogliere oro per far fronte alle difficoltà dovute al provvedimento della Società delle Nazioni. Solo a Roma 250 mila spose donarono le loro fedi, 180 mila a Milano. Tutta l’Italia fu percorsa da un’ondata di entusiasmo come mai si verficò nei secoli passati. Si può dire che l’Italia aveva, finalmente, il suo popolo omogeneo, da Nord a Sud.

Gli stessi antifascisti si allinearono alla politica mussoliniana: Benedetto Croce donò la sua quantità d’oro e la sua medaglia di senatore, seguito dal liberale ed ex direttore del Corriere della Sera Albertini; nello stesso modo agirono Vittorio Emanuele Orlando e il socialista aventiniano Arturo Labriola, rientrato in Italia dal suo esilio a Bruxelles, dopo aver comunicato la sua solidarietà all’Italia fascista.

Gli stessi comunisti lanciarono il loro appello ai fratelli in Camicia Nera.

La dichiarata tradizionale amicizia italo-britannica era in frantumi. Il Governo inglese agiva come se la pace europea si difendesse nel Corno d’Africa e non, invece, per quanto stava accadendo in Europa.

Molto acutamente Trevelyan nella sua Storia d’Inghilterra, a pag. 834: “E l’Italia, che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l’Austria e coi Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania dalle – sanzioni economiche – decretate e si e no applicate per l’aggressione di Mussolini contro l’Etiopia (1935-1936). In questo disgraziato episodio, l’Inghilterra non ebbe la risolutezza né di rifiutare il suo intervento né di intevenire sul serio. Si sacrificò l’Europa all’Abissinia, senza salvare l’Abissinia”.

“Fu gettata nelle braccia della Germania (…)” Questa frase richiama singolarmente quella di Churchill, citata all’inizio del presente lavoro: “Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini (…)”. Tutto ciò non era che la logica conseguenza dei fallimenti di tutte le iniziative per il disarmo e le soluzioni negoziate, fallimenti dovuti agli egoismi e alla cecità che generarono dal famigerato Trattato di Versailles.

Alle sanzioni non aderirono Stati Uniti, Giappone e Germania. Fu quest’ultimo Paese i cui diplomatici, approfittando della singolare situazione politica europea, furono abili nel cogliere il momento favorevole e sfruttarlo a proprio vantaggio.

Nel tentativo di esporre le ragioni del Governo italiano, Guglielmo Marconi si recò a Londra, ma non solo cozzò contro l’intransingenza britannica, ma la Corona inglese giunse a tal punto d’arroganza da offrire al nostro grande scienziato un titolo nobiliare purché si astenesse dal dimostrare la sua adesione all’impresa etiopica. È superfluo aggiungere che Guglielmo Marconi rifiutò sdegnato l’oltraggiosa offerta.

Chi si avvantaggiò di questa situazione fu Hitler che vedeva prendere sempre più forma il suo disegno tracciato nel Mein Kampf: un’alleanza politico-militare tra Italia e Germania. A tal scopo mobilitò abilmente la stampa tedesca che, sull’onda emotiva delle sanzioni, si prodigò in dichiarazioni di simpatia e di amicizia per il nostro Paese e, in particolare, per Mussolini. E Mussolini si trovò a subire il dinamismo hitleriano in quanto i margini di manovra per altra politica si erano paurosamente ristretti, ma anche perché e soprattutto perché l’Italia dipendeva principalmente dalla Germania per le forniture delle materie prime.

Peraltro, anche durante il conflitto italo-etiopico, Mussolini non dette mai seguito agli inviti che venivano da oltr’Alpe. Come disse giustamente, a nostro avviso, Renzo De Felice in un’intervista rilasciata in occasione del cinquantenario dell’entrata in guerra dell’Italia: “Mussolini aveva un’atavica paura dei tedeschi”. In quest’ottica, riteniamo, va letta la politica estera mussoliniana nella seconda metà degli anni ’30.

La sera del 5 maggio 1936, di fronte a una folla immensa, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunciò la vittoriosa conclusione dell’impresa africana e, fra l’altro, proclamò: “Nell’adunata del 2 ottobre, io promisi solennemente che avrei fatto tutto il possibile onde evitare che un conflitto africano si dilatasse in una guerra europea. Ho mantenuto tale impegno e più che mai sono convinto che turbare la pace in Europa significa far crollare l’Europa”. Poche volte una profezia si è trasformata in storia come nel caso appena citato.

Il 9 maggio dello stesso anno, tra le 22,30 e le 22,45, Mussolini pronunciò un altro discorso: “Il discorso della proclamazione dell’Impero”. Quando si affacciò al balcone un urlo immenso si levò dalla folla: “Anche stavolta l’adunata oceanica è impressionante”

“(…) L’Italia ha finalmente il suo Impero, Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate dei giovani, gagliarde generazioni italiane. Impero di pace, perché l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e umanità per tutte le popolazioni d’Etiopia. Questo è nelle tradizioni di Roma, che dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino”.

Questi principi di civiltà sono confermati da Renzo De Felice ne: Intervista sul fascismo, pag. 52: “Non si tratta di imperialismo di tipo inglese o francese: è un imperialismo, un colonialismo che tende all’emigrazione, che spera cioè che grandi masse di italiani possano trapiantarsi in quelle terre per lavorare, per trovare quelle possibilità che non hanno in patria. Insomma non si parte tanto dall’idea di sfruttare le colonie, quanto soprattutto dalla speranza di potervi trovare terra e lavoro”.

È quello che francesi e inglesi non intendevano tollerare: sarebbe stato un esempio pericoloso per la politica coloniale di quei Paesi che non volevano saperne di cambiare, cioè mantenere il principio che le colonie erano terre da sfruttare.

Cessata la guerra in Africa, cessò anche a Ginevra: qui il 30 maggio 1936 Hailè Selassiè avanzò una proposta tendente a non far riconoscere la conquista italiana; venne respinta con 28 voti contro 1 e 25 astensioni. Il 4 luglio successivo l’Assemblea, quasi all’unanimità votò per la fine delle sanzioni. Fu un innegabile successo di Mussolini, ma una sconfitta del buon senso.

Osserva Trevelyan in Storia d’Inghilterra, pag. 834: “Gli storici futuri avranno lo sgradevole compito di ripartire la colpa dei molti errori commessi fra i successivi Governi inglesi e l’opposizione e l’opinione pubblica i cui umori mutevoli sono stati spesso accarezzati dai Governi con troppa docilità”.

Infatti il danno era compiuto: Inghilterra e Francia avevano mostrato la propria ostilità al Governo fascista. Ma altri errori, forse (semmai possibile) ancora più gravi, saranno posti in atto addirittura nelle settimane successive.

Anche la Chiesa di Roma elogiò l’impresa etiopica: il gesuita Antonio Messineo su Civiltà Cattolica plaudì con due saggi intitolati: L’annessione territoriale nella tradizione cattolica e Necessità economica ed espansione coloniale.

Fu il Cardinale Ildefonso Schuster a richiamare la volontà divina: “Cooperiamo con Dio in questa missione nazionale e cattolica in bene, in questo momento in cui sui campi d’Etiopia il vessillo d’Italia reca in trionfo la Croce di Cristo, spezza la catena degli schiavi, spiana la strada ai missionari del Vangelo”.

Pochi anni dopo, nel momento del maggior bisogno, tutto sarà nascosto e dimenticato.

Il clero anglicano prese posizione ma, al contrario della Chiesa cattolica era allarmato dei successi italiani (e aveva fondati motivi per preoccuparsi) perché l’Italia cattolica (che non era più l’Italietta) minacciava di erodere l’impero britannico anche per mezzo della religione. Scrive in merito Franco Monaco a pagina 76 del Quando l’Italia era Italia: “Di qui le prediche contro l’Italia, feroci e calunniose, del primate Arcivescovo di Canterbury e del Vescovo di York. Agli inglesi non si poteva dare torto. In effetti le nostre aspirazioni andavano molto più in là delle loro stesse paure. Un giorno tutta intera la fascia orientale africana, con l’Egitto, il Sudan e giù giù fino all’Uganda e al Kenya, avrebbe potuto vederli finalmente partire per sempre. L’Etiopia non era che il primo passo, il primo di un cammino non solo politico: poiché la Nazione giovane portava nel suo seno il cuore del Cattolicesimo e le due forze si integravano (…)”.

Certamente i timori britannici erano fondati; si consideri, oltretutto, che il Governo italiano prevedeva di inviare in Etiopia ben 15 milioni di coloni e all’uopo stava predisponendo grandiosi lavori strutturali.

Per il leone britannico era troppo!

Anche se l’argomento sarà trattato con maggior rilievo nel volume Uno scudo protettivo – Mussolini, il Fascismo e gli ebrei, è opportuno rilevare in questa sede, che la conquista dell’Etiopia e la successiva proclamazione dell’Impero, furono salutate dalla stampa ebraica e dalla stragrande maggioranza degli ebrei italiani, con esultanza.

Su Israel del 10 ottobre 1935, in occasione del Kippur, i Rabbini invocarono il favore divino “in quest’ora storica e su chi regge i destini e sui valorosi soldati italiani”.

In ampie zone dell’Etiopia, fra Gondar e il lago Tana, vivevano popolazioni di religione giudaica: i falascià. L’Unione delle Comunità giudaiche, nel 1936, prese contatto con il Ministro delle Colonie, Lessona, allo scopo di assistere e organizzare gli ebrei etiopici. Da parte del Ministro ci fu la massima disponibilità.

L’incarico di questa operazione fu assunto dal Rabbino Carlo Alberto Viterbo.

A fine luglio 1936 C.A. Viterbo partì per l’Africa Orientale e il 22 agosto successivo si incontrò ad Addis Abeba con il Maresciallo Rodolfo Graziani “che gli manifestò la sua comprensione e simpatia per gli israeliti” e lo assicurò che: “le popolazioni falascià, note per il loro spirito laborioso, avrebbero ottenuto la particolare benevola attenzione del Governo”.

Uno dei risultati di questa iniziativa fu che molti ebrei etiopici vennero a studiare, negli anni successivi, in Italia.

Prima di chiudere l’argomento del conflitto italo-etiopico, non è male riportare quanto in questi giorni (febbraio 1996) alcuni giornali titolano: Il Duce in Etiopia usÒ i gas. Sono scoperte ripetute da Denis Mac Smith e immediatamente ampliate da Angelo Del Boca. Le smentite vengono proprio da coloro che erano sul posto e sono innumerevoli. Ne riportiamo solo due perché racchiudono nei concetti le motivazioni delle altre.

Il Signor Toni Summanga di Venezia, l’8 maggio 1991 su Il Giornale fra l’altro ricorda: “Francia e Inghilterra deluse del mancato fallimento dell’operazione diffusero subito la voce che gli italiani avevano usato i gas. Io in Africa Orientale ci sono stato. Appena arrivato ad Addis Abeba, mi fu chiesto da un commerciante francese che risiedeva sul posto se avevamo usato i gas. Da Massaua ad Addis Abeba, non ho mai visto né sentito parlare di maschere che pure avremmo dovuto usare se avessimo lanciato i gas. Abbiamo impiegato le armi convenzionali (moschetto, cannone, qualche velivolo e truppe coloniali (…)”.

Per avere un altro giudizio più diretto, l’8 febbraio 1996 abbiamo contattato il generale Angelo Bastiani, presidente del gruppo Medaglie d’Oro del Nastro Azzurro. Oggi ha 82 anni, all’epoca della guerra in Africa Orientale era un sottufficiale al comando di una banda coloniale. Il generale Bastiani ci ha detto: “È una vigliaccata, rieccoci con le carognate. Io e i miei indigeni eravamo le avanguardie di ogni assalto, ci avrebbero dato almeno le maschere antigas… Alla battaglia conclusiva di Maiceo, al lago Ashraghi, quella a cui partecipò anche il Negus… a proposito del Negus: perché lui che ne avrebbe avuto tutto l’interesse, mai disse che lo combattemmo coi gas?”.

(…)

GENOCIDE EN UKRAINE:sessantacinquesima puntata

Extraits de rapports de Chefs-adjoints des départements politiques de Stations de machines et de tracteurs sur les difficultés alimentaires dans les kolkhozes

28 mai 1934

Ukraine

MTS Semionovskaia (région de Tchernigov)

Dans les kolkhozes « Le marteau », « Le progrès », « Chevtchenko », « Kossior », « Staline », « Postychev », « Le pré rouge », 114 familles connaissent de sérieuses difficultés alimentaires. 185 individus sur les 485 que comptent ces 114 familles sont au stade du gonflement. La situation est particulièrement critique dans les kolkhozes « Le marteau » (74 gonflés) et « Le progrès » (64 gonflés). Parmi les paysans gonflés, il y a un grand nombre de kolkhoziens ayant des familles nombreuses et peu d’éléments en âge de travailler, mais aussi un certain nombre de travailleurs de choc.

Kolkhoze « Kossior » : Erchov, issu d’une famille de paysans pauvres. A accompli 350 journées-travail en 1933. Sa famille compte 7 personnes, dont 3 en âge de travailler. Tous les 7 sont au stade du gonflement. Erchov a reçu une aide alimentaire. Bezrouchko, vieux kolkhozien, auparavant paysan moyen. Sa famille compte 7 personnes, dont 2 en âge de travailler. A accompli en 1933 752 journées-travail. Tous les membres de sa famille sont dans un état de gonflement, au stade intermédiaire.

Kolkhoze « Le marteau ». Kolkhozien Vassilenko, travailleur de choc, activiste. Sa famille se compose de 7 personnes, dont 2 en âge de travailler. Tous sont fortement amaigris, dans un état de pré-gonflement.

Kolkhoze « Le pré rouge ». Kolkhozienne Kouzkova, ex-paysanne pauvre. Au kolkhoze depuis 1932. Activiste. En 1933, a accompli 170 journées-travail. Sa famille se compose de 6 personnes, elle est la seule en état et âge de travailler. Tous les membres de sa famille sont gonflés.

L’aide alimentaire accordée aux individus gonflés s’avère totalement insuffisante. Le kolkhoze « Le marteau » ne distribue aucune aide. Dans le kolkhoze « Postychev » et « Le marteau », les 18 et 19 mai, deux kolkhoziens sont morts de faim. Le Comité régional du Parti et le secteur politique ont été informés de la situation et la question d’une aide alimentaire a été posée (rapport du Chef-adjoint du Département politique de la MTS de Khoutorianskii du 21 mai) [...].

MTS Pavlogradskaia (région de Dniepropetrovsk)

Les kolkhozes dépendant de la MTS ont terminé l’année écoulée avec de très mauvais indicateurs (les kolkhoziens ont gagné 1,2- 2 kg de céréales par journée-travail) et connaissent de sérieuses difficultés alimentaires. 15 kolkhozes ont reçu une aide alimentaire significative de l’État, et ont pu ensemencer les champs. À ce jour, l’aide a été entièrement consommée et les kolkhoziens font face à de sérieuses difficultés. Dans un certain nombre de kolkhozes, aucun repas collectif n’est organisé. Les gens ont tendance à ne plus travailler. Ainsi, à « L’aurore rouge », sur les 370 kolkhoziens aptes (en âge) de travailler, 60 à 70 travaillent encore. Les autres vont à la pêche. Quant aux jeunes, ils partent chercher du travail.

L’état d’esprit des kolkhoziens s’est considérablement dégradé avec l’arrivée des vents secs et des gelées nocturnes du mois d’avril, qui ont eu pour conséquence la perte de 23 % des surfaces cultivées (3 344 ha). Ce qui reste a souffert et accusera une perte d’environ 40 à 50 %, à cause de la sécheresse. Le seigle jaunit et se dessèche (rapport du cam. Nostovnik du 19 mai).

Source : TsA FSB, 3/1/779/341-344

Lettera a Marzia:RISCOPRENDO LA STORIA SAPREMO UN GIORNO RITROVARE MOTIVI DI ORGOGLIO di Alberto Giovannini, 1959,

Ho voluto inserire queta bellissima lettera di un padre alla figlia nella speranza che il messaggio attualissimo che contiene possa divenire motivo di riflessione su come indagare la storia quale fonte di Memoria da tramandare.

Barbara Spadini

RISCOPRENDO LA STORIA SAPREMO UN GIORNO RITROVARE MOTIVI DI ORGOGLIO

LETTERA A MARZIA

(Cinquant’anni e venti mesi) Scritta e pubblicata da Alberto Giovannini nel 1959

Marzia carissima, domenica l’altra, al termine della puntata televisiva sui “Cinquant’anni di vita italiana”, in cui si descrivevano in termini raccapriccianti le vicende della Repubblica Sociale Italiana, tu hai chiesto, un po’ incredula e un po’ preoccupata: “-Ma papà era con quelli? ….”.

Sì Marzia, il tuo papà era con “quelli”, con i cattivi e perchè, nella tua mente bambina, non rimangano dubbi ti dice, ora, di essere orgoglioso di esserci stato, e ti assicura che, se dovesse tornare indietro nella vita, e trovarsi, con l’esperienza d’oggi, nelle identiche situazioni di allora, ci tornerebbe.

I tuoi tredici anni scarsi ti permettono di afferrare e assorbire il succo velenoso di certe storie, ma ti impediscono di poter capire la storia. Tuttavia voglio dirti, non tanto per oggi, ma per il tempo abbastanza prossimo in cui alla storia, per forza di studi, dovrai avvicinarti, che ciò che la Televisione ha trasmesso (forse col recondito desiderio di far disprezzare centinaia di padri e di madri dai figli ignari) delle tragiche vicende Italiane tra il 1943 e il 1945, altro non è che il concentrato della vigliaccheria conformistica che impera nella nostra Patria.

Tu non sai, cara Marzia, che molti tra quanti vorrebbero condannare tuo padre, in quanto colpevole di un delitto che gli Italiani difficilmente perdonano, quello della coerenza, vi sono coloro che gli furono Maestri e, quindi, coi loro scritti lo spinsero sulla strada che doveva condurlo nella Repubblica Sociale Italiana: e vi sono a migliaia, a centinaia di migliaia, a milioni i suoi compagni di un tempo, quelli cioè che dopo aver militato con lui, nel fascismo e “sotto” Mussolini, si squagliarono, stridendo alla maniera dei topi, non appena la barca incominciò a fare acqua.

In sostanza le storie che la Televisione ha, dapprima ipocritamente e poi maramaldescamente, raccontate alla tua fantasia di bambina sensibile, avevano due scopi ben precisi: il primo di giustificare la dittatura del “ventennio”, il secondo di scaricarne tutte le responsabilità, morali prima ancora che politiche, sui vinti della Repubblica Sociale Italiana. Perchè vedi, Marzia, se in Italia non ci fosse stata la Repubblica, e la storia si fosse fermata al 25 luglio 1943, i “responsabili” sarebbero parecchi. Nessuno o quasi si salverebbe.  Oggi tu sai che Presidente dei Consiglio è l’Onorevole Segni, e se ascolterai la radio saprai ch’egli è un patriota e un antifascista, un sincero democratico.  Appunto perchè, per sua fortuna, c’è stato l’8 settembre 1943, che ha permesso a Segni di far dimenticare il giuramento di fedeltà al regime fascista e, probabilmente, il distintivo fascista portato all’occhiello, come professore Universitario.  Ti dico Segni, perchè è il nome del giorno, ma quando ascolterai altri nomi, e leggerai di altre benemerenze, di Fanfani o di Ingrao, di Taviani o di Lajolo, di Pella o di Achille Corona, di Tambroni o di Martino, di tutti o quasi gli uomini politici Italiani dispersi nei molti partiti, ricorda che la situazione è sempre la stessa.

Per questo le storie che ti hanno raccontate “visivamente” alla Televisione, nella prima parte erano rivolte a giustificare il fascismo, e in certo qual modo, a farlo perdonare agli italiani e agli stranieri.  Le proteste dei comunisti e degli antifascisti professionali, durante le prime puntate del racconto, erano in parte giustificate, ma fiacche, forse anche perchè i protestanti avevano ottenuto assicurazioni sul galoppo finale del programma.  E d’altro canto, ad esempio, l’onorevole Arrigo Boldrini, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani, come avrebbe potuto protestare contro il filofascismo della TV fino al 25 luglio, se fino a quell’epoca egli era Centurione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale?

Vedi, Marzia, quel che avvenne in Italia dopo l’8 Settembre ha rappresentato la più dolorosa tragedia della tua Patria, ma è servito anche a dare un falso passaporto di democrazia alla maggior parte dei vigliacconi che oggi comandano.

Quante cose, potrei raccontarti, figlia mia, di quei tempi tragici. Basterebbe ti facessi storia, e potrei fartela, di molti che oggi vanno per la maggiore con l’aureola degli eroi, per farti ridere o per farti comprendere perchè, in definitiva, tuo padre, ch’è un uomo e non un topo, è stato con “quelli” e non con “questi”.

Ti hanno fatto vedere tante cose tristi, tanti morti, tante distruzioni, ti hanno rattristata e forse, ti hanno fatto inorridire.  Ma non è tutto.  Sappi, bambina, che molti di quei lutti sono venuti “dopo”, sono cioè scaturiti da una reazione; ma sappi, soprattutto, che la guerra civile scaturì dall’imbecillità e dalla pavidità di una classe dirigente che dopo aver servito (servito è il termine esatto) il fascismo, e dopo essere stata complice dell’entrata in guerra, ha subito la pressione dell’antifascismo “resuscitato” dopo il 25 luglio per realizzare, nel più disastroso dei modi, il più criminoso rovesciamento di fronte che la storia ricordi.

Hai visto sui teleschermi, la strage di trecentotrenta italiani alle Fosse Ardeatine?

Ebbene, ricorda, bambina, che essa fu dovuta a rappresaglia perchè in Roma, dichiarata “città aperta”, ventisei soldati tedeschi disarmati furono uccisi dallo scoppio d’una bomba posta a tradimento dai comunisti.  E che gli autori dell’attentato, invitati a costituirsi per evitare la rappresaglia sui detenuti, si dettero alla macchia per poter essere in grado, poi, di entrare al Parlamento italiano come deputati del Pci e come eroi della “resistenza”.

E’ una favola truce e turpe, quella che ti hanno presentata, figlia mia; ma incompleta. Lascia, perciò, che te la racconti anch’io, che te la completi.

C’era una volta un amico del tuo papà, aveva ventotto anni, era onesto, sincero, povero e disinteressato. Intendeva -andare verso “il popolo” perchè al popolo voleva bene: si chiamava Eugenio Facchini, e ai primi di ottobre dei 1943, quando Bologna era ancora tranquilla, fu nominato Segretario federale della città. Tre mesi dopo fu massacrato a colpi di rivoltella (nella schiena) mentre stava andando a colazione alla mensa dello studente. Fu il primo morto della guerra civile a Bologna, e dalla sua ingiusta morte, che non dava gloria o vantaggio a nessuno, vennero le prime sanguinose reazioni.

C’era una volta un vecchio professore universitario che mai si era occupato di politica, che dal fascismo non aveva ottenuto nè onori, nè cariche, nè guadagni, era un antico nazionalista che aveva sentito la necessità di “aderire” alla Rsi e, quindi, di reagire alla resa incondizionata di Cassibile e al rovesciamento di fronte che avevano disonorato la sua Patria. Era un uomo onesto, buono, che non aveva mai fatto dei male a nessuno e fatto dei bene a tutti, era uno studioso di fama mondiale. Si chiamava Pericle Ducati, e fu massacrato a revolverate mentre, con un libro sotto il braccio, tornava a casa.

C’era una volta, la favola è lunga, Marzia!, il più grande filosofo contemporaneo, come un giomo saprai; lo spirito forse più alto che abbia avuto l’Italia in questo secolo, e fu ucciso, mentre rientrava in famiglia, per la somma di tremila lire.  Si chiamava, pensa, Giovanni Gentile.

C’era una volta un Poeta, cieco di guerra, cieco a ventisei anni, che quando tutto crollava aveva ritenuto suo dovere servire i Mutilati, cioè coloro i quali avevano offerto, come lui, i doni più preziosi dell’esistenza alla Patria. Fu ucciso come un cane, a revolverate, in mezzo alla strada, senza una ragione e senza pietà.  Si chiamava Carlo Borsani.

Tra i tanti nomi che hai ascoltato alla Televisione, questi non li conosci; tra i tanti funerali che hai veduto questi sono mancati; tra i molti orrori questi non sono stati menzionati. Tu hai veduto tante bandiere tricolori che sventolavano, gioiose alla fine della guerra civile, ma non ti hanno fatto vedere, per tua fortuna, il carnaio approntato in una piazza di Milano, dove Colui che tutti avevano servito e riverito, e che non aveva voluto fuggire perchè, se lo avesse voluto, come i maramaldi della Televisione affermano, avrebbe sempre avuto un aereo sul quale imbarcarsi era appeso per i piedi, a ludibrio di una plebe imbestialita e a eterna vergogna dell’italia moderna. Non ti hanno fatto vedere, nè ti hanno detto, Marzia, che mentre quelle bandiere sventolavano e quelle “formazioni” venivano passate in rassegna dai “vittoriosi”, migliaia e migliaia di uomini, donne, giovanotti, fanciulli venivano massacrati; che in una caserma di Vercelli settanta giovani disarmati venivano schiacciati vivi e ridotti poltiglia, per ordine e sotto gli occhi di un eroe della resistenza, il ragioniere Carlo Moranino, divenuto più tardi deputato al Parlamento Italiano per questa meritoria impresa.

Questo, figlia mia, è il completamento della favola che gli amanuensi della Televisione italiana hanno approntato, per falsare la storia, per meritare gli elogi delle classi dirigenti e per far sì che i figli, intimamente, disprezzassero i padri. Ho dovuto raccontartelo fino in fondo, e dirti che cosa fosse lo “spirito della resistenza” perchè quella tua frase: -Ma papà era con quelli? … mi ha dolorosamente colpito. Vedi bambina, io, in tanti anni e in tante vicende, non ho mai odiato nessuno; ma quando ho appreso di quella tua domanda ho sentito, per la prima volta, Dio mi perdoni, lo stimolo dell’odio.

D’ora in avanti, Marzia, ti farò io la storia: e ti dirò chi veramente era Mussolini, cosa fu il fascismo e cosa fummo noi, vinti, protagonisti dell’ultima e disperata avventura.  Non credevo, dopo tanti anni, quando tutto doveva essere superato e dimenticato, di dover tornare a questo.  Ma tu devi sapere, voglio che tu sappia; voglio che quando sarai grande possa insegnare ai tuoi figli le cose che ti dirà tuo padre, perchè “questi” l’hanno voluto, me l’hanno imposto.

Voglio dunque che tu possa essere orgogliosa di me, anche e principalmente se ero con “quelli”. Sì, ero con “quelli”: ero con Mussolini, con Giovanni Gentile, con Pericle Ducati, con Goffredo Coppola, con Francesco Ercole, con Giotto Dainelli, con Marinetti. E un giorno saprai, bambina, chi erano costoro, e vedrai che erano qualcosa di più e qualcosa di meglio dei Pani, dei Cadorna, dei Moranino; potrai renderti conto che anche tuo padre era un Italiano e per di più un Italiano coerente, che ha saputo subire fino in fondo la tragedia (che è storia) della sua Patria, anche se questa colpa gli vieta oggi di poter “rettificare” le storie della Rai-Tv, compilate e realizzate dal suoi antichi camerati, trasformatisi in maramaldi.

Tuo padre

Rolando Rivi: ultimi passi verso la beatificazione

Venerdì 18 maggio a Roma, presso la Congregazione per i santi vi sarà il passo decisivo nel cammino verso la beatificazione di Rolando Rivi,
il seminarista reggiano che ha dato la vita per Gesù,
ucciso, a soli 14 anni, in odio alla fede cristiana che testimoniava in ogni aspetto della sua giovane vita.
A Roma i teologi censori si pronunceranno sulla validità del martirio.
Se questo verrà riconosciuto, dopo la firma dei Cardinali e del Santo Padre Benedetto XVI, Rolando potrà essere proclamato beato e salire all’onore degli altari.

Per accompagnare questo passo decisivo con la preghiera, affinché lo Spirito Santo assista i teologi censori e li guidi a un giudizio che sia per la maggior gloria di Dio,

la Diocesi di Reggio Emilia, in collaborazione con il Servizio diocesano per le Vocazioni e con il Comitato amici di Rolando Rivi,

che ha promosso la causa di beatificazione,

propone un momento di adorazione giovedì 17 maggio alle ore 18,00 nella cripta del Duomo, in piazza Prampolini.

La celebrazione, in preghiera per Rolando e per le nuove vocazioni,

sarà accompagnata dai canti del coro Dulcis Christe.

Alle ore 19 seguirà la recita dei Vespri. C’è diffusa attesa per questo giudizio e analoghi momenti di preghiera si svolgeranno in diocesi di Modena e in altre città italiane.

La decisione dei teologi censori viene a coronare un cammino iniziato sette anni fa. Il primo marzo del 2005, infatti, il Comitato amici di Rolando Rivi presentò, per mano della postulatrice Francesca Consolini, il “libello supplice”, dando di fatto inizio al cammino che, in tempi sorprendentemente brevi, sta portando alla beatificazione. Obiettivo del Comitato era e rimane quello di far brillare nel modo più ampio, per il bene della Chiesa e del mondo, la testimonianza di amore totale a Gesù vissuta da questo seminarista.

La presentazione del “libello supplice” fu fatta all’allora Arcivescovo di Modena, S.E. Mons. Benito Cocchi, nel rispetto delle norme che regolano le cause dei santi. E’ previsto infatti che Vescovo competente sia quello della diocesi in cui il servo di Dio è morto e Rolando subì il martirio e diede la vita per Gesù a Piane di Monchio, in provincia e diocesi di Modena. Fu quello il momento centrale e decisivo della sua breve esistenza.

Già al termine del processo diocesano, il 24 giugno 2006, ci fu un primo riconoscimento della validità del martirio: “ci pare realmente avvenuto in odium fidei”, dissero i giudici. Ora si attende la decisione finale.

Emilio Bonicelli

Come in Spagna, emerge il martirio dei preti italiani negli anni 1944-1947

Come in Spagna, emerge il martirio dei preti italiani negli anni 1944-1947
Si parla di un totale accertato di 129 sacerdoti

ROMA, domenica, 22 gennaio 2006 (ZENIT.org).- Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando sembrava che le violenze e le barbarie fossero finite insieme ai regimi nazifascisti, si scatenò la violenza delle bande armate comuniste che fecero migliaia di morti. Tra questi più di 129 sacerdoti e migliaia di cattolici.

Per ricordare quelle vittime e cercare di capire come e perché furono uccise tante persone, Marco Pirina insieme ad alcuni amici ha fondato il Centro Studi Storici “Silentes Loquimir” (Silenziosamente parliamo) e dopo aver recuperato nel 1992 i resti di 68 persone gettati in una Foiba, ha condotto una serrata ricerca di documenti, testimonianze, rapporti delle forze dell’ordine, ritagli di giornali dell’epoca per “ridare dignità alla memoria di infoibati e scomparsi”.

Dalle ricerche del Centro Studi Storici “Silentes Loquimir” sono nati due volumi di circa 500 pagine ciascuno, con il titolo “1945-1947 Guerra Civile” e “1945-1947, la Rivoluzione Rossa”.
Per questo lavoro di ricerca nel 2003 con legge regionale 2/2003 “Silentes Loquimir” è stato riconosciuto come “Istituto di Ricerche Storiche di notevole interesse regionale”.

Dato il notevole interesse suscitato dalla storia di quel periodo, ZENIT ha voluto intervistare Marco Pirina.

Nel corso delle sue ricerche lei ha documentato la strage perpetrata nei confronti di quanti si opponevano o potevano essere di ostacolo alla diffusione dell’ideologia comunista nel periodo fra il 1944 e il 1947. Può fornirci alcuni dati, quante furono le vittime, quanti gli “scomparsi” …

Pirina: Partiamo da un dato scientifico, che sono le denunce presentate alle autorità giudiziarie, carabinieri, ecc nel territorio italiano. Escludendo le zone dell’Istria e della Dalmazia, che non erano più sotto il controllo dell’autorità italiana, e dove comunque fu compiuta una strage da parte delle truppe di Tito, abbiamo un totale degli scomparsi che è di 50.380, di cui oltre 12.000 gli “scomparsi senza un fiore”, cioè delle persone di cui non si è mai trovato il corpo. Di queste vittime solo una piccola parte era coinvolta con il passato regime fascista.

Quanti di questi erano sacerdoti o seminaristi e quanti esponenti e militanti di associazioni cattoliche?

Pirina: I dati certi documentano la responsabilità provata di militanti comunisti nell’assassinio di 110 sacerdoti. Analizzando gli scomparsi provincia per provincia siamo arrivati a contare un totale di 129 sacerdoti uccisi. Di 19 non si conoscono gli assassini, anche se sembra un dato certo che a guerra finita, con i nazifascisti sconfitti, soprattutto i partigiani socialcomunisti nutrivano un odio sistematico contro la religione cattolica ed erano anche in grado di organizzare ed eseguire omicidi.

Per quanto riguarda i dirigenti cattolici, basti dire che solo a Bologna sono scomparsi circa 160 coltivatori cattolici, che non volevano far parte delle cooperative rosse e non erano d’accordo a essere sottomessi alle organizzazioni comuniste.

I militanti comunisti non hanno avuto pietà neanche dei partigiani cattolici che combattevano i nazifascisti. Tra l’8 e il 12 febbraio 1945 a Porzûs in Friuli un gruppo di partigiani cattolici appartenenti alla “brigata Osoppo” venne massacrata da una brigata comunista guidata da Mario Toffanin. Tra le vittime Ermes, nome di battaglia di Guido, fratello dello scrittore Pierpaolo Pasolini. I comunisti uccisero i partigiani cristiani perché si opponevano alla politica di alleanza con le truppe di Tito che voleva l’annessione di territori italiani alla Slovenia. Bisogna dire che tra i molti laici uccisi ci sono anche socialisti e comunisti che non condividevano le direttive del Partito.

Per la causa di beatificazione e canonizzazione del seminarista Rolando Rivi, la Chiesa cattolica parla di “martirio” cioè di un crimine commesso in “odio alla fede”. Quante e quali altre storie di martirio lei conosce?

Pirina: Le storie di martirio sono molte e diverse, ne ricordo alcune. Don Angelo Tarticchio, prelevato a casa sua da partigiani jugoslavi, venne prima picchiato tra bestemmie e insulti indecenti, poi venne ucciso insieme ad altri 43 prigionieri legati con il filo spinato e gettato in una cava di bauxite. Non contenti i partigiani jugoslavi riesumarono il cadavere e lo presentarono alla madre ed alla sorella con una corona di filo spinato in testa.

Don Miroslav Buselic, parroco di Mopaderno in Istria e Vicedirettore del seminario di Pisino fu sgozzato nella canonica dai partigiani comunisti il 24 agosto del 1947. La sua colpa fu quella di aver accompagnato monsignor Jakob Ukmar nella cresima a 237 ragazzi, nonostante il divieto imposto dai comunisti.

Il Vescovo Ukmar fu picchiato brutalmente e si salvò solo perché i comunisti lo credettero morto.
Nel 1956, in pieno regime comunista, la diocesi avviò segretamente la causa di beatificazione di don Miroslav Buselic. Nel 1992 la causa ha ricevuto il nulla-osta della Santa Sede e il 28 marzo del 2000 è stato aperto il processo diocesano.

Don Francesco Bonifacio, un sacerdote docile e pio, dedicato a opere di carità e zelo, l’11 agosto del 1946 venne prelevato a casa dalle cosiddette “guardie popolari”, venne ucciso e gettato in una foiba. Di lui non si saprà più nulla. Nel 1998, dopo che è stata pubblicata una sua biografia è stata introdotta la causa di beatificazione.

Don Giovanni Dorbolò infoibato il primo maggio 1945; don Nicola Fantela affogato a Ragusa con la pietra al collo il 25 ottobre 1944; don Ugo Bardotti, ucciso a Cevoli (Pi) il 4 febbraio 1951, sulla cui lapide è scritto “Ucciso in odio alla fede”.

L’aspetto più agghiacciante di queste storie è l’odio esercitato contro la fede cattolica e contro i sacerdoti che ne erano espressione. Gli assassini non si sono accontentati di ucciderli. Si tratta di sacerdoti che non avevano fatto male a nessuno, anzi erano esempi di carità e aiuto per tutti.

Don Giuseppe Lendini fu ucciso a Crocetta di Pavullo in provincia di Modena, il 21 luglio 1945. I suoi assassini lo hanno picchiato e torturato per “costringerlo a bestemmiare”. Quando venne ritrovato il corpo, varie ossa erano state spezzate, crivellato di proiettili con il cranio fracassato e privo degli occhi.

Don Giuseppe Tarozzi, di Riolo di Castefranco, è stato tagliato a pezzi e messo in un forno. Don Carlo Terenziani è stato cosparso di vino prima di finirlo con colpi di mitraglia. Don Giuseppe Jemmi fu picchiato a sangue insultato e sbeffeggiato dai partigiani comunisti prima di essere falciato da una raffica di mitra. Sul suo cappello fu appiccicata una stella rossa. Nel 2004 l’ Osservatore Romano ha chiesto che si iniziasse il processo di beatificazione per don Jemmi.

Storie molto simili ai martiri di Spagna…

Pirina: Molti dei commissari politici delle formazioni partigiane e garibaldine avevano combattuto in Spagna negli anni 1935-1936, quando si sparava sui crocifissi, sulle chiese, sulle statue e le immagini di Maria, quando vennero trucidati suore, sacerdoti, attivisti di associazioni cattoliche. Così si é ripetuto in Italia parte di quello che avevano già fatto in Spagna.

Al funerale di don Ugo Bardotti, il Vescovo di San Miniato non esitò ad accomunare l’assassinio del sacerdote della sua diocesi, al “clero martire della guerra di Spagna e alla Chiesa perseguitata nel blocco sovietico dell’Est Europa”.

“Nolite tangere unctos meos!!!” – Guai a chi tocca i Miei consacrati» (Salmo 105,15). LA PERSECUZIONE DEI CATTOLICI IN SPAGNA (1931-1939)

“Nolite tangere unctos meos!!!” - Guai a chi tocca i Miei consacrati» (Salmo 105,15).


LA PERSECUZIONE DEI CATTOLICI IN SPAGNA (1931-1939)

Come scrisse lo storico Gregorio Marañón y Posadillo, “la seconda repubblica spagnola, proclamata nel 1931, instaurò un sistema che, dietro una facciata di democraticità, si rivelò assolutamente irrispettoso di ogni libertà individuale e religiosa”, situazione che durante la Guerra Civile (1936-1939) peggiorò a tal punto che il 1° luglio 1937 l’episcopato spagnolo fu costretto ad inviare in Vaticano una lunga e dettagliata relazione sulla “sistematica violazione da parte del governo repubblicano di tutti i diritti fondamentali della persona umana: violazione che ha avuto inizio nel 1934, in concomitanza con la cosiddetta ‘rivoluzione rossa di ottobre’ scoppiata nelle Asturie, sommossa che aveva come scopo l’instaurazione di un regime comunista ateo e l’eliminazione del cattolicesimo”. Tale denuncia fu avvalorata dalle osservazioni di molti diplomatici stranieri presenti in Spagna e da altrettanti uomini di cultura iberici, anche lontani dalle posizioni franchiste. “In seguito alla violenta rivoluzione del 1934 – annotò il funzionario d’ambasciata e letterato don Salvador de Madariaga – la sinistra spagnola perse addirittura qualsiasi autorità morale per condannare la ribellione franchista del luglio 1936”. Accusa, questa, confermata da una serie infinita di documentati soprusi perpetrati dalle autorità repubblicane e dai gruppi organizzati anarchico-comunisti ai danni dei cattolici. Durante la cosiddetta ‘rivoluzione delle Asturie’, bande di anarchici e marxisti lasciate libere di agire assassinarono 37 fra sacerdoti, seminaristi e religiosi ed incendiarono 58 chiese. Il ‘massacro’ delle Asturie ufficializzò, se così si può dire, l’inizio del lungo martirio della chiesa iberica che nel 1931, tramite i suoi vescovi, aveva riconosciuto come legittimo il nuovo esecutivo repubblicano. L’atteggiamento violentemente antireligioso di buona parte dello schieramento politico repubblicano ebbe dunque modo di manifestarsi – contrariamente a quanto sostenuto per decenni dalla pubblicistica di sinistra – ben prima della cosiddetta ‘rivolta franchista’. In concomitanza con gli assalti alle chiese da parte dei gruppi anarchico-marxisti delle Asturie, il governo madrileno emanò infatti una sequenza di leggi direttamente o indirettamente anticattoliche. Basti pensare all’importante organismo istituzionale delle ‘Cortes Constituyentes’ della repubblica, i cui seggi furono totalmente occupati da elementi massoni violentemente anticlericali, da comunisti e in misura minore da anarchici. Secondo il gesuita Ferrer Benimeli, uno dei maggiori esperti in materia, nella prima metà degli anni Trenta ben 183 esponenti della massoneria più anticlericale entrarono nelle ‘Cortes Constituyentes’, fornendo un valido contributo alla lotta contro la chiesa cattolica e le sue istituzioni. La massoneria ebbe quindi un notevole influsso nell’elaborazione della legislazione anticattolica, o meglio atea, della repubblica. D’altra parte, uno dei padri della seconda repubblica spagnola, Manuel Azaña, era convinto che lo Stato dovesse diventare laicista nel senso più radicale ed esasperato del termine. Egli voleva una chiesa mansueta e sottomessa, dominata e controllata dallo Stato, e se ciò non fosse risultato possibile si sarebbe dovuto eliminarla. Azaña non era solo contro il cattolicesimo spagnolo nella sua forma storica concreta, ma contro il cristianesimo in quanto tale. La quasi totalità dei leader repubblicani vedevano nella chiesa di Cristo un pericoloso ostacolo alla realizzazione di un Nuovo Stato totalmente laicista e ateo. Non a caso, nel 1931, la repubblica varò una serie di leggi atte a paralizzare l’attività della chiesa, abolendo anche associazioni e ordini importanti, come la Compagnia di Gesù. La dissoluzione di quest’ordine fu giustamente interpretata dai vescovi spagnoli non soltanto come un abuso, ma come un vero e proprio attacco alla Santa Sede. Il decreto di scioglimento della Compagnia è un esempio paradigmatico della violenta discriminazione repubblicana nei confronti della Chiesa, senza considerare che il provvedimento in questione andava contro la stessa costituzione che riconosceva i diritti fondamentali degli ordini religiosi. D’altra parte, fino dall’insediamento al potere del governo repubblicano, la gerarchia cattolica iberica percepì il rapido evolversi di una drammatica situazione di intolleranza, come dimostra il rapporto del 16 ottobre del ‘31 dell’Arcivescovo di Tarragona, cardinale Vidal y Barraquer, al nunzio apostolico vaticano, cardinale Eugenio Pacelli (il futuro papa Pio XII). Ciononostante – e probabilmente dietro indicazioni del Vaticano – la Chiesa spagnola tentò per mesi e con tutti i mezzi di addivenire ad un’intesa con il governo madrileno. Ma nulla valse a modificare l’atteggiamento del governo che il 2 giugno 1932 per tutta risposta varò la legge sulle ‘Confesiones y Congregaciones religiosas’ che di fatto minacciava il patrimonio ecclesiastico e aboliva l’insegnamento religioso nelle scuole. A questo proposito, la Santa Sede inviò ai vescovi spagnoli una nota – la ‘Gravis theologi sententia’ (redatta proprio dal nunzio cardinale Pacelli) – in cui si davano ai vescovi alcuni orientamenti sul modo di reagire di fronte a questi soprusi. I vescovi, che all’inizio si erano dimostrati prudenti e concilianti, presero finalmente una posizione più ferma, intervenendo ufficialmente, come nel caso della ‘Declaración’ (25. V. 1933) siglata dai metropoliti, un documento che denunciava tutte le offese e le violazioni compiute dallo Stato nei confronti del cattolicesimo. Pur non condividendo le tesi franchiste (e tanto meno quelle degli alleati di Franco, prima fra tutte la Germania di Hitler) il 19 marzo 1937, papa Pio XI – ormai edotto circa la politica fortemente anticlericale del governo repubblicano spagnolo – fu costretto a pronunciarsi con l’enciclica Divini Redemptoris contro il ‘comunismo ateo’, mettendo in evidenza il pericolo rappresentato da due dottrine — il panteismo nazionalsocialista e l’ateismo marxista — che si richiamavano entrambe ad un nichilismo distruttivo ed autodistruttivo. D’altra parte, in quegli anni bui la Chiesa spagnola era ben consapevole di dovere difendere a tutti i costi i principi fondamentali della giustizia e della pace di fronte all’affermarsi nella società iberica di ideologie violente ed opposte. Il 18 luglio 1936, quando ebbe inizio la Guerra Civile – conseguenza logica della violenta e caotica situazione nazionale venutasi a creare all’indomani delle elezioni del febbraio dello stesso anno, in seguito alle quali il ‘Fronte Popolare’ (coalizione composta da socialisti, comunisti, anarchici ed altri elementi estremisti e violenti) aveva preso il potere – la posizione della Chiesa spagnola si fece addirittura drammatica. Il composito e frazionato governo repubblicano aveva da tempo dimostrato la sua sostanziale inettitudine nell’affrontare la complessa realtà sociale spagnola, e dopo alcuni mesi caratterizzati da grande instabilità politica e da disordini di tutti i tipi, una parte dell’Esercito, al comando dei generali Emilio Mola, José Sanjurjo e Francisco Franco e appoggiata da gran parte del ceto aristocratico, borghese e contadino, si sollevò in armi per abbattere un esecutivo, quello repubblicano, dominato a tutti gli effetti dalla forte componente comunista e sindacalista. Come spiega senza tante perifrasi l’illustre storico e politologo cattolico Estanislao Cantero Nuñez “la versione ‘politica’ e ‘ideologica’, diffusa in Spagna soprattutto dopo la nuova restaurazione che ha rotto con la legalità precedente, secondo cui l’alzamiento fu soltanto la sollevazione – illegale – dei militari contro la legittimità della Repubblica, è semplicemente propaganda, ma non storia, anche se buona parte di quanti si definiscono storici, e tali sono generalmente considerati, ha contribuito a diffonderla. Ancor meno si può sostenere che fu una sollevazione del fascismo contro la democrazia; e neppure una reazione borghese o delle classi dominanti in difesa dei loro privilegi di classe, come con assoluta sfacciataggine afferma Manuel Tuñón de Lara, il tutto dovuto al fatto che la destra non accettò la propria sconfitta elettorale nel febbraio del 1936; oppure che si trattò di una ribellione dei militari, delle classi conservatrici e della Chiesa contro la ragione e la libertà incarnate in una Repubblica, che aveva tentato senza successo di condurle a una soluzione moderna, come con completo misconoscimento dei fatti ha proposto Aldo Garosci. L’alzamiento fu soltanto un pronunciamientoo golpe militare contro un sistema politico che aveva dimostrato in modo inequivoco non solo la propria inettitudine, ma la propria arbitrarietà e conculcato le basi elementari di ogni Stato di diritto. In sé stesso, fu solamente la reazione di alcuni militari, che non potevano assistere inerti alla distruzione della loro patria nel disordine, nel settarismo, nel partitismo e nell’anarchia, tutto questo tollerato, auspicato e perfino provocato dallo stesso governo della nazione. Quando si verificò l’alzamiento, il governo era privo di ogni legittimità d’esercizio e il sistema instaurato con il golpedell’aprile del 1931 aveva mostrato in modo definitivo la sua radicale incapacità di garantire la convivenza. Tanto l’uno che l’altro erano falliti facendo scomparire le sia pur minime condizioni di imparzialità, di mantenimento dell’ordine pubblico e di orientamento della res publica al bene comune, esigibili da ogni governo.” Fino agli inizi del novembre del 1936, la Santa Sede mantenne il suo rappresentante a Madrid. Il cardinale Tedeschini, era partito un mese prima dall’inizio della guerra, e monsignor Filippo Cortesi non giunse mai nella Spagna repubblicana presso la quale era stato nominato nunzio. Il 16 maggio 1938 monsignor Gaetano Cicognani fu nominato nunzio apostolico nella Spagna presso il governo nazionale di Salamanca. Con questa nomina la Santa Sede riconosceva ufficialmente la giunta militare presieduta dal generale Franco, quando ormai erano trascorsi quasi due anni di guerra civile. Ma nel frattempo il quadro della situazione religiosa nella Spagna repubblicana si era fatto intollerabile. Nei soli primi sei mesi di Guerra Civile i repubblicani avevano eliminato oltre 6.500 tra preti, suore, distruggendo e profanando chiese e cimiteri. In certe diocesi, come quella aragonese di Barbastro (la città del beato Escrivà de Balaguer), venne trucidato l’88 per cento del clero locale. Per la precisione, tra il luglio 1936 e il marzo 1939, vennero torturati e massacrati 4.184 tra preti e seminaristi diocesani, 2.365 frati, 283 suore, 13 vescovi, per un totale di 6.834 vittime. Mentre le diocesi completamente distrutte furono 27 e 8 quelle saccheggiate. Soltanto 22 vennero risparmiate. Va infine notato che a portare a compimento tali efferatezze non furono soltanto i raggruppamenti armati di miliziani comunisti (sia stalinisti che trotzkisti) o anarchico-sindacalisti, ma anche quelli socialisti, come testimonia il diario del leader Pietro Nenni impegnato a quel tempo sul fronte aragonese: “Purtroppo non si è riusciti a sfondare le difese di Saragozza, ad incendiare la grande basilica del Pilar e a fare piazza pulita del clero”. Buona parte degli storici è concorde nell’affermare che il sollevamento militare nazionalista contro il governo della repubblica (18 luglio 1936) prese alla sprovvista la chiesa, mettendola in un certo imbarazzo. Ciò è vero. Nonostante le innumerevoli vessazioni e discriminazioni subiti a partire dal 1931 dai cattolici spagnoli, sulle prime la Chiesa, fedele alle norme evangeliche, tentò di mantenersi neutrale, respingendo l’idea della rivolta e della guerra: atteggiamento che poi fu costretta però ad abbandonare in quanto il governo repubblicano non solo volle mantenere in vigore tutte le norme restrittive nei confronti del clero, ma – dietro pressione dei comunisti, degli anarco-sindacalisti e di buona parte dei socialisti – incominciò a perseguitare tutti gli esponenti della chiesa. Alla luce di questa violenta svolta, ci si interroga su quale atteggiamento avrebbe dovuto prendere la chiesa, amante sì della pace e della convivenza, ma anche ridotta sull’orlo del dissolvimento. Furono le circostanze e la necessità a spingere il clero, e il Vaticano, a schierarsi dalla parte dei cosiddetti ‘ribelli’ falangisti, nazionalisti e monarchici: una scelta difficile, dolorosa, ma inevitabile e più che giustificata. Va ricordato che il 13 agosto 1936, cioè poco dopo lo scoppio della Guerra Civile, il cardinale Gomá inviò a Roma un dettagliato rapporto nel quale il prelato illustrava la genesi della sollevazione militare e le cause di una guerra resa inevitabile dalla fallimentare politica economica (e soprattutto agraria) varata dal governo repubblicano, dalle ripetute e violente discriminazioni del Fronte Popolare nei confronti dei cattolici, ma anche degli esponenti dei gruppi liberali e moderati spagnoli: discriminazioni diventate ancora più dure in seguito alle elezioni del febbraio del 1936. Gomá rammentò l’assassinio da parte dei comunisti dello statista nazionalista Calvo Sotelo (la scintilla che fece innescare la guerra) e i piani, elaborati dalle fazioni governative marxiste, per prendere il potere con la forza già a partire dal luglio del ‘36. Gomá mise al corrente il Vaticano circa l’esistenza di fitte liste di proscrizione: elenchi di vescovi, prelati, sacerdoti e attivisti cattolici da eliminare fisicamente. Il cardinale esaminava poi la natura e il carattere della ‘rivolta’ franchista identificandola alla stregua di una spontanea “reazione, condivisa da larghi strati della società civile, nei confronti del ‘regime repubblicano’”. Gomá si soffermò poi a lungo sulla difficile posizione della Chiesa spagnola per nulla incline ad atti di vendetta, ma timorosa di venire schiacciata dalla repressione ‘rossa’. Il cardinale paragonò gli eccessi antireligiosi dei repubblicani a quelli dei rivoluzionari francesi, russi bolscevichi e messicani. E si interrogava, infine, sulle possibili conseguenze in caso di sconfitta del movimento nazionalista. Se Franco avesse perso la guerra – annotò Gomá – per la chiesa spagnola si sarebbe aperto un periodo ancora più drammatico, in quanto il governo repubblicano (aiutato militarmente ed economicamente da Stalin) si sarebbe sicuramente spostato su posizioni totalmente subalterne all’Unione Sovietica. Era convinzione del cardinale (ma anche di molti altri prelati) che in caso di vittoria, la repubblica si sarebbe presto trasformata in un regime rigidamente comunista, con tutte le conseguenze del caso. Gomá non credeva infatti che la componente cosiddetta ‘moderata’, e comunque minoritaria, dell’esecutivo Azaña potesse sopravvivere a lungo. Va ricordato che a pensarla in questa maniera non era solo il cardinale Gomá. Il 6 agosto, l’8, il 15 e il 16 settembre 1936, i vescovi di Vitoria, Pamplona, Maiorca, Valencia, Tuy si schierarono infatti dalla parte degli insorti e attraverso altri 17 interventi episcopali successivi, fra i quali quello del beato Anselmo Polanco, vescovo di Teruel, la stragrande maggioranza degli alti prelati spagnoli si pronunciò allo stesso modo. In questo senso, l’intervento più significativo fu quello del vescovo di Salamanca, futuro arcivescovo cardinale di Toledo e primate di Spagna, Enrique Pla y Deniel (1876 1968), noto per il suo impegno in favore dei diritti sociali degli operai. La sua lettera pastorale Las dos ciudades fu infatti uno dei testi episcopali più chiari circa la definitiva posizione assunta dalla chiesa spagnola, ma anche dal Vaticano, nei confronti della guerra. D’altra parte, già attraverso l’enciclica Dilectissima Nobis, del 3 giugno1933, papa Pio XI era già intervenuto direttamente sulla situazione in Spagna, denunciando la politica anticlericale del governo repubblicano. Seguirono altri puntuali interventi, fino a giungere, a guerra civile inoltrata (il 1° luglio 1937), alla “Carta Colectiva del Episcopado Español a los obispos del mundo entero”, promossa dal cardinale primate Gomá. Il documento, che di fatto costituì la somma di tutti i precedenti proclami, venne firmato da 43 vescovi e 5 vicari capitolari, ma non ottenne la sigla di 5 vescovi assenti dalle loro diocesi, fra i quali Francesco Vidal y Barraquer che, pur condividendone il contenuto, temeva che la sua pubblicazione desse il destro al governo repubblicano per inasprire la sua politica anticlericale. Anche il vescovo di Vitoria, monsignor Múgica, ebbe delle riserve circa l’opportunità di rendere nota la lettera, e di conseguenza non la firmò. Va comunque detto che, nonostante l’evidente carisma e influenza esercitati da Gomá, questi lasciò del tutto liberi i vescovi, non facendo alcuna pressione affinché si adeguassero al suo pensiero, come confermò lo stesso segretario di stato vaticano. Con il documento Gomá i vescovi non pretesero di dimostrare o sostenere una tesi politica in favore di una delle fazioni in lotta, ma tentarono di esporre a grandi linee le reali motivazioni e le caratteristiche i un confronto armato deprecabile, assurdo, fratricida, ma forse ineluttabile. Ribattendo alle accuse lanciate contro la Chiesa spagnola da parecchi intellettuali antifascisti europei e perfino da circoli cattolici, i vescovi invitarono tutti a riflettere attentamente sulle ragioni della loro difficile scelta, sottolineando, in ogni caso, che non sarebbe mai potuta esistere “ragionevole proporzione tra i beni emblematici ottenibili con una guerra e gli enormi mali che da essa sempre derivano”. Terminata la guerra civile (1° aprile 1939), e con essa lo sterminio dei cattolici spagnoli, al Vaticano non rimase che fare la drammatica conta dei morti e delle devastazioni e ad iniziare una minuziosa raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti. Gli orrori, e soprattutto lo straordinario coraggio dimostrato dalla totalità degli uomini di chiesa torturati e assassinati (nessuno di essi abiurò mai la propria fede di fronte ai carnefici), indusse papa Pio XI ad avviare una serie di processi di beatificazione. Processo che nel secondo dopoguerra, nel 1964, papa Paolo VI bloccò nel timore di polemiche e di strumentalizzazioni e per la pressione esercitata dal partito comunista e da parte di quelli socialista e democristiano. Bisognò quindi attendere il coraggioso pontificato di Giovanni Paolo II (uomo che aveva sperimentato sulla propria pelle i rigori dei regimi comunisti) per vedere riprendere l’iter della beatificazione ad imperituro ricordo di tante vittime. Per la cronaca, fu il 22 marzo del 1986, che papa Giovanni Paolo II decretò, per primo, il martirio di tre carmelitane di Guadalajara, cerimonia di beatificazione che venne presto seguita da molte altre, fino ai giorni nostri.