La «Shoah della memoria». Questa volta sotto la stella rossa – di Dario Fertilio

La «Shoah della memoria». Questa volta sotto la stella rossa

di Dario Fertilio

L’ALTRO OLOCAUSTO. Lo sterminio nazista fu accompagnato dalle persecuzioni antiebraiche dei sovietici. Che in Lituania cancellarono anche i ricordi.

[Dal «Corriere della Sera», 4 febbraio 2002]

La Shoah, seconda parte. Dopo Auschwitz, dopo Majdanek, dopo Chelmno. Dopo i sei milioni di morti e dopo i pogrom, dopo le isterie collettive sugli omicidi rituali e sulla diffusione delle malattie per opera degli ebrei. Dopo le allucinazioni collettive provocate, dentro e fuori il Reich, dalla pratica nazista di sterminio. Ebbene, dopo tutto questo c’è ancora qualcosa: la «Shoah della memoria». Così la chiama, in un libro che lascia il segno, lo storico di Pavia Paolo Gastaldi: questa definizione figura nell’ultima parte del suo saggio sull’«universo concentrazionario e la politica di sterminio nazista», che la Società Umanitaria ha pubblicato insieme a un’ impressionante documentazione fotografica tratta dall’archivio della Fondazione Auschwitz di Bruxelles. Che cos’è la «Shoah della memoria»? La soppressione morale, dopo quella fisica, di chi sparì nella carneficina. La cancellazione non solo del nome, ma del senso collettivo dell’essere ebrei. Solo che i responsabili di questo “secondo genocidio” non portavano la svastica sul bracciale: più frequentemente, invece, la stella rossa sul berretto. E dire che qualcuno, nell’ebbrezza del momento o nell’incoscienza degli avvenimenti, aveva avuto il coraggio di chiamarli “liberatori”.

Erano sovietici, o più in generale comunisti, coloro che aggiunsero un capitolo imprevisto al libro dell’orrore: come se l’inferno dei lager non insegnasse nulla, come se non bastasse l’ecatombe degli ebrei europei realizzata da Hitler (quattro quinti del totale, come ricorda nella prefazione il presidente dell’Umanitaria, Massimo della Campa). E invece ciò avvenne, dopo che l’Urss aveva inghiottito la Polonia orientale, le Repubbliche baltiche, la Bucovina settentrionale, la Bessarabia. Terre a forte insediamento ebraico, da secoli: ebbene, i “liberatori” sovietici presentarono subito il loro biglietto da visita, smantellando tutte le istituzioni ebraiche sopravvissute e deportando in massa i loro esponenti. Diecimila da Vilnius, in Lituania; migliaia da Lvov, oggi Ucraina; cinquemila dalla lettone Riga; altrettanti da città semisconosciute chiamate Chernoviz, Baltai, Kishinev. Tutti quanti diretti in Siberia, da dove quasi mai si ritornava; e persino coloro che avevano scelto il bolscevismo, illudendosi di essere dalla parte sicura del fronte, si ritrovavano presto braccati, perseguitati, uccisi (come i leader del Bund Enryk Erlich e Wiktor Alter). Particolarmente crudele il destino degli ebrei di Vilnius, o Vilna, nota un tempo come la “Gerusalemme di Lituania”, cuore pulsante del mondo ebraico orientale e della cultura yiddish, luogo dove si misuravano correnti laiche e misticismo hassidico, i circoli socialisti e i gruppi del sionismo militante. A niente potevano valere le cento sinagoghe e le principali case editrici yiddish, i quotidiani e gli istituti di ricerca che ne erano un vanto. Prima un regime antisemita, poi i sovietici, poi i nazisti, poi ancora i sovietici: la città passò di martirio in martirio, culminato durante l’occupazione tedesca nelle uccisioni di massa nella foresta di Panierai (trentacinquemila freddati con un colpo di pistola alla nuca). Ma non era ancora tutto: perché dopo la cacciata definitiva di Hitler, a Vilnius il processo di russificazione e sovietizzazione voluto da Stalin cancellò ogni traccia di presenza ebraica: sul suolo della Grande Sinagoga si costruì un asilo infantile, l’unico cimitero ebraico con la tomba del Gaon di Vilnius venne sbancato per lasciare posto allo stadio Zalgiris. Shoah della memoria, dunque: dopo il mito sovietico dell’«ebreo non ebreo», cioè del militante comunista riuscito a purificarsi dalle sue origini etniche e religiose mediante l’ideologia marxista, nasceva quello del sovietico a tutto tondo, nemmeno più consapevole della sua antica lingua e del suo passato. Toccherà poi alla Polonia governata dai comunisti del Poum il disonore dell’ultimo schiaffo alla giustizia: quando nel 1946 una serie di pogrom provocherà centinaia di morti ebrei.

Tutto questo, precisa Paolo Gastaldi, nulla toglie alla unicità del genocidio voluto dai nazisti, perché quest’ultimo fu sterminio programmato su basi biologiche e, per così dire, industriali. Denunciare la Shoah della memoria, però, è rendere onore ai milioni di vittime dell’altro totalitarismo, quello dei gulag, anch’esso a suo modo unico. E serve anche a ricordare che ci furono due specie di carnefici: quelli che soppressero le persone vive, e quelli che vollero cancellarne persino il ricordo.

© Corriere della Sera




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