Attilio Mordini (a cura di Amerino Griffini)

LA MIA NOTA SU ATTILIO MORDINI di Amerino Griffini

Con i miei 16 anni ero uno dei più giovani del gruppetto che Attilio aveva radunato attorno a sé nella prima metà degli anni ’60. A parte le altre occasioni, ci si ritrovava il giovedì (l’avevamo definito “il giovedì del reazionario”) in quello che allora si chiamava Circolo dei nobili fiorentini, in una cappella sconsacrata dedicata a San Tommasino in via della Pergola, accanto all’omonimo teatro fiorentino; luogo messo cortesemente a disposizione per noi da uno dei fedeli di Attilio, il conte Neri Capponi. Adesso nello stesso luogo c’è la sede fiorentina della Comunità di Sant’Egidio. In quelle riunioni d’élite Attilio ci parlava di De Maistre e della mitologia nordica, della Tradizione e di Ingmar Bergman, della Cavalleria e di Maria, ma anche di un’Europa che si doveva liberare dagli imperialismi e dei propri miopi nazionalismi. Fu con lui che accogliemmo Jean Thiriart – il campione del nostro europeismo in quegli anni – nella sua prima visita fiorentina nel 1965. La fine di Attilio giunse troppo presto, improvvisa per noi, calcolata per lui che era sicuro che se ne sarebbe andato proprio in quel giorno, il 4 ottobre, lui terziario francescano, il giorno di San Francesco; un mese esatto prima della grande alluvione che il 4 novembre colpì duramente, troppo duramente, la nostra città. Alcuni suoi scritti sono andati irrimediabilmente perduti: uno smarrito da chi avrebbe dovuto pubblicarlo, altri manoscritti frettolosamente regalati (assieme a libri e mobili) ad un rigattiere per liberare l’appartamento di famiglia in via San Gallo,.. Vive ancora nella nostra mente e nei nostri cuori e ogni anno si sale a trovarlo sulla collina di Trespiano, dove attende. (a.g.)
di: Amerino Griffini



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