STORIA DEL XX SECOLO N. 18. Novembre 1996. LA COMMEMORAZIONE DEI CADUTI NEL P.W.E. 337 MANDA IN FIBRILLAZIONE LA QUESTURA DI PISA

STORIA DEL XX SECOLO N. 18. Novembre 1996.

LA COMMEMORAZIONE DEI CADUTI NEL P.W.E. 337 MANDA IN FIBRILLAZIONE

LA QUESTURA DI PISA

Ma con i reduci di Coltano la polizia scopre l’efficienza

di Giampiero Cannella

COLTANO, un nome, una località che a molti forse non dice nulla. Qualche cultore di

letteratura, per caso avrà letto che uno scrittore statunitense dal nome originale, Ezra Pound, pagò le

sue simpatie per Benito Mussolini scontando la prigionia a Coltano. Una località anonima per molti,

ma che per i combattenti alla Rsi ha significato rabbia, amarezza sofferenza, orgoglio, passioni.

P.w.e. 337, questa la sigla che contrassegnava il campo di concentramento Usa costruito vicino a

Pisa, nel quale vennero rinchiusi migliaia di combattenti di Salò. Dove in molti morirono. Anno

dopo anno i sopravvissuti a Coltano, ormai ultra-settantenni carichi di ricordi si recano nella pineta

delle Serre, la dove una volta sì estendeva il filo spinato, per non dimenticare. Una cerimonia

semplice, sobria, senza enfasi né retorica E’ certamente difficile capire, se non l’hai vissuto, per

molti è stata una tragedia. Già, ma come comprendere una tragedia quando si è abituati soltanto alla

farsa? Se non l’avessimo letto con i nostri occhi non ci avremmo mai creduto, invece è tutto vero.

Un funzionario più che scrupoloso e la Questura di Pisa, proprio un mese fa impone ai reduci di

Coltano di firmare quel documento. Un atto, burocraticamente chiamato “verbale di prescrizioni”

con il quale si diffidava i partecipanti alla commemorazione da portare sul luogo della cerimonia le

loro insegne, le bandiere, i nastrini, le medaglie. Il senso del ridicolo purtroppo non è di tutti e alla

Questura di Pisa certamente qualcuno ne difetta. Come spiegare sennò tanta solerzia. Vabbè, avrà

pensato il funzionario di PS, che oggi basta andare davanti ad una scuola per trovare spacciatori che

impunemente vendono droga, passi che stupri e rapine sono all’ordine del giorno, passi pure che

intere regioni italiane sono in mano a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra, ma le decorazioni, della

Rsi, quelle no, eh! Con tutti i problemi che abbiamo ci mancavano anche questi, con i loro nastrini e

le loro bandiere. E’ un problema serio, di ordine pubblico, avrà pensato il funzionario della

Questura di Pisa. Allora presto, tutti in ufficio, firmate il verbale. Il senso del ridicolo, già. Chissà

che cosa avranno pensato loro, carichi di ricordi, i cui nastrini, le cui medaglie significano El

Alamein, Tobruk, Nettuno, Don, Selva di Tarnova. Pezzi di stoffa o di metallo si, ma pieni di

memoria, ricordi, rimpianti, forse rimorsi. Se non lo avessimo letto, quel verbale, non ci avremmo

creduto Ma forse non si tratta di mancanza del senso del ridicolo, c’è dell’altro. Quel funzionario,

alla Questura di Pisa ha avuto paura. Paura di un manipolo di ultra-settantenni armati soltanto di

ricordi e dalla voglia di non dimenticare chi non ce l’ha fatta? No, ha avuto paura di qualcosa di

indefinibile, qualcosa che probabilmente non potrà mai provare: la passione. Si, così senza aggettivi

né colore politico. Passione per i vent’anni trascorsi, per un’idea, per una bandiera. Per un amico

che non c’è più.

Roberto GAVIRATI Carlismo e “Cruzada” (1936-1939) tratto da: Voci per un «Dizionario del pensiero forte»

Roberto GAVIRATI
Carlismo e “Cruzada” (1936-1939)
tratto da: Voci per un «Dizionario del pensiero forte».

L’apporto carlista al tentato alzamiento del 10 agosto 1932 -guidato da José Sanjurjo y Sacanell (1872-1936) contro la Repubblica proclamata nel 1931 dopo la vittoria elettorale di repubblicani e di socialisti- è immediato e i giovani carlisti affrontano comunisti e anarchici in sanguinosi scontri.
Nelle elezioni del 1933 la CEDA, la Confederación Española de Derechas Autónomas, il fronte delle destre, ottiene circa duecentodieci deputati; ma non ha gli stessi obiettivi dei carlisti e il fallimento della sua politica è determinante per esasperare gli animi e per accentuare il carattere anticattolico e rivoluzionario del governo repubblicano, ormai egemonizzato dai socialcomunisti.
La Comunión Tradicionalista passa alla cospirazione e all’azione diretta. Sotto la guida di Manuel Fal Conde (1894-1975), giovane avvocato andaluso, capo della Comunión Tradicionalista, di José Luis Zamanillo González Camino (1904-1981), delegato nazionale dei requetés, e del generale José Enrique Varela Iglesias (1891-1951), capo militare, i carlisti si preparano alla ribellione.
Dal primo giorno dell’alzamiento, l’insurrezione del 18 luglio 1936, i reparti carlisti guidati da Sanjurjo, da Emilio Mola Vidal (1887-1937) e da Gonzalo Queipo de Llano y Sierra (1875-1951) partecipano alla Cruzada che vivono come una sorta di Quarta Guerra Carlista. Indalecio Prieto y Tuero (1883-1962), ministro della Marina repubblicana nel 1936, quando sa dell’alzamiento del generale Mola in Navarra, esclama: “Vi sono i requetés. Siamo perduti!”. Inizia quindi l’ultimo atto bellico dei carlisti, di cui la Guerra Civile del 1936-1939 rappresenta l’epico epilogo. La Cruzada non è più solo lotta dinastica, ma una lotta per la difesa della Spagna contro la nuova barbarie.
La morte di Alfonso Carlos, il 29 settembre 1936, e l’unificazione imposta nel 1937 dal generalissimo Francisco Franco Bahamonde (1892-1975) con la Falange Española y de las JONS – Juntas de Ofensiva Nacional-Sindicalista -, fondata nel 1933 da José Antonio Primo de Rivera y Sáenz de Heredia (1906-1936), tolgono alla Comunión Tradicionalista influenza sulla Nuova Spagna.
Dal 1939 la Comunión Tradicionalista come movimento politico svolge un ruolo di secondo piano. Esistono molti circoli culturali che raccolgono l’eredità dottrinale del carlismo e alcuni movimenti politici, non unificati, che si dichiarano continuatori della Comunión Tradicionalista.

4. L’ideario

Il pensiero politico carlista, sintetizzato nel lemma Diós, Patria, Fueros, Rey, è stato esposto nel corso degli anni da diversi autori, che hanno elaborato quanto ha contraddistinto le posizioni e le scelte del movimento. Fra essi ricordo Antonio Aparisi y Guijarro (1815-1872), Enrique Gil Robles (1849-1908), Ramón Nocedal y Romea (1844-1907), Juan Vázquez de Mella y Fanjul (1861-1928), Guillermo Estrada y Villaverde (1834-1895), Gabino Tejado y Rodríguez (1819-1891), don Félix Sardá y Salvany (1844-1916), Matías Barrio y Mier (1844-1909), fino a Francisco Elías de Tejada y Spínola (1917-1978) e al vivente Rafael Gambra Ciudad.

Dio e Patria.
Dio è al centro dell’attività umana nel mondo, ma soprattutto in Spagna, che il grande erudito e critico letterario Marcelino Menéndez y Pelayo (1856-1912) descrive come “evangelizzatrice di mezzo mondo, martello degli eretici, luce di Trento, spada di Roma, culla di sant’Ignazio”; perciò la Spagna o è cattolica o non esiste come entità statale organizzata, perché la patria spagnola comporta l’unità nella fede cattolica. Da questa fede derivano le esigenze di subordinare la politica alla maggior gloria di Dio, di dichiarare la religione cattolica religione di Stato e di ispirare la legislazione e le istituzioni alla dottrina sociale della Chiesa.

Fueros.
Il termine castigliano “fuero” deriva dal latino forum, “luogo dove viene amministrata la giustizia”. Passa poi a significare la giurisprudenza o insieme di sentenze emesse dai giudici. Quindi, seguendo il cammino della formazione del diritto, passa a significare il complesso di privilegi riconosciuti dallo Stato a una città o a una categoria, per giungere finalmente a indicare l’insieme di norme specifiche con le quali si reggono le popolazioni spagnole. Il richiamo ai fueros comporta il riconoscimento dell’uomo come essere concreto e non come ente astratto; il fatto che le libertà, ossia gli ambiti operativi di ciascuno s’inseriscono, in ogni popolo, nelle consuetudini legali e sociali generate dalla sua tradizione specifica e non in leggi esterne; il primato della libertà nella competizione fra uguaglianza e libertà e la preferenza per i sistemi di libertà concrete delle diverse tradizioni regionali spagnole rispetto all’astratta libertà rivoluzionaria. Insomma, i fueros sono usi e costumi giuridici creati dalla comunità, elevati a norma giuridica con valore di legge scritta dal riconoscimento concordato con l’autorità del loro effettivo carattere consuetudinario, quindi, diversamente dalle “dichiarazioni di diritti” o dalle “costituzioni di carta”, costituiscono garanzie di autentica libertà politica.

Re.
Nell’ideario carlista l’accento non è posto né sulla persona del re, né sulla dinastia, ma sulla Corona, situata al vertice della piramide delle istituzioni politiche, che deve essere cattolica, storica, sociale, responsabile, forale ed ereditaria. Cattolica significa che la Corona deve assoggettare la politica generale ai princìpi della morale cattolica, essere rigidamente fedele agli insegnamenti della Cattedra Romana e favorire in ogni modo quanto promuove l’instaurazione del Regno Sociale di Cristo; storica significa che è caratterizzata dal cumulo dei diritti storici sempre perfettamente identificabili; sociale significa che deve essere non assoluta ma limitata, anzitutto dalla coscienza cattolica, morale e religiosa del re, quindi dalle barriere giuridiche dei fueros e dalle decisioni delle Cortes, o giunte, che rappresentano gli interessi regionali e nazionali; responsabile significa che non è accettata la distinzione fra regnare e governare, tipica delle monarchie costituzionali: nella monarchia carlista il re esercita personalmente il governo, aiutato dai Consigli della Corona o Consigli Reali, e risponde se lui o i suoi agenti non rispettano le regole dell’ordinamento giuridico di quello che si potrebbe chiamare “Stato sociale di diritto”; forale significa che il re esercita le sue facoltà di governo a norma dei diritti che storicamente e costituzionalmente gli competono in ognuno dei suoi domini, per cui quanto in una regione corrisponde a un fuero in altra può essere addirittura contrario; finalmente ereditaria vuol dire che, nella disputa fra legittimità di origine e legittimità di esercizio, se quest’ultima prevale sulla prima, non si rinuncia ad attribuire importanza anche al collegamento dinastico.

Per approfondire: vedi il mio «I carlisti e la guerra di Spagna», tesi di laurea, anno accademico 1977-1978, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, relatore professor Gianfranco Bianchi; e Francisco Elías de Tejada y Spínola (a cura di), «Il Carlismo», trad. it., Edizioni Thule, Palermo 1972.

Morire di fame: holodomor

Holodomor: dall’ucraino, “morire di fame”

26.11.2006

Il 2 ottobre scorso il presidente ucraino Viktor Yushenko, dopo aver proposto al parlamento nazionale, la cosiddetta “Rada”, di riconoscere ufficialmente i tragici e disumani avvenimenti degli anni 1932-1933, cioe’ la morte di massa per fame di milioni di contadini ucraini organizzata dal regime stalinista come atto di genocidio del popolo ucraino, ha firmato il decreto secondo il quale il 25 novembre e’ diventato ufficialmente il “Giorno della rimembranza” in onore della memoria dei milioni di vittime innocenti. Yushenko per l’occasione ha inoltre firmato un decreto secondo il quale chiunque d’ora in avanti in Ucraina neghera’ pubblicamente “l’olocausto ucraino” sara’ soggetto ad una multa che ammontera’ dal 10 al 15% dello stipendio.

In occasione dell’inaugurazione tenutasi nella capitale ucraina Kiev di una mostra di materiali riguardanti i tragici fatti di quegli anni risalenti all’epoca sovietica e solo di recente resi pubblici, il presidente ucraino ha dichiarato: “Mi voglio appellare a tutti gli uomini politici del Paese affinche’ si dimostrino coraggiosi e riconoscano gli avvenimenti degli anni 1932-1933 come atto di genocidionei confronti del popolo ucraino, dal momento che l’annientamento di massa di 10 milioni di persone non puo’ venir definito altrimenti”.

Yushenko ha inoltre aggiunto: “Quando ho proposto l’approvazione della legge sull’eccidio di massa per fame in qualita’ di genocidio e ho introdotto le sanzioni amministrative per chi lo neghera’, intendevo dire che in Europa in questo caso sono previste sanzioni penali; ad esempio, negando l’esistenza dell’Olocausto si puo’ essere condannati fino a 15 anni di reclusione. La societa’ europea in questo modo conserva la memoria, mentre noi continuiamo a discutere. Si tratta di una discussione completamente senza senso, dal momento che non abbiamo assolutamente nessun diritto di dimenticare cio’ che e’ successo all’epoca”.

Completamente in linea con Yushenko, il ministro degli Esteri ucraino Boris Tarasiuk nel corso di un suo intervento tenutosi martedi’ scorso alla vigilia della 61esima sessione dell’Assemblea generale dell’ONU, ha esortato l’organizzazione delle nazioni unite a riconoscere ufficialmente gli avvenimenti degli anni 1932-1933 in Ucraina come atto di genocidio nei confronti del popolo ucraino. “Il riconoscimento da parte dell’ONU della morte per fame di massa avvenuta in Ucraina negli anni 1932-1933 come un atto di genocidio nei confronti del popolo ucraino contribuirebbe a far si’ che in futuro non si debbano ripetere genocidi e violazioni di diritti di massa”, ha dichiarato Tarasiuk.

Secondo il capo della diplomazia estera ucraina “lo sterminio di massa pianificato appositamente dal regime totalitario comunista dell’epoca ha causato la morte di una cifra oscillante tra i 7 e 10 milioni di uomini, donne e bambini innocenti, cioe’ di circa un quarto della popolazione ucraina dell’epoca”.

A questo proposito va detto che sebbene nell’arco di 20 anni, l’Ucraina sia stata per ben tre volte soggetta a periodi di carestia di massa, piu’ precisamente negli anni 1921-1923, 1932-1933 e 1946-1947, la fame degli anni 1932-1933, che rientrava nel programma di collettivizzazione forzata organizzata dal regime stalinista, e’ stata indubbiamente la piu’ terribile di tutte.

Iniziata nel 1932 nelle regioni centrali ed orientali del Paese, nell’arco di due anni la carestia di massa e’ costata la vita, come ha giustamente sottolineato il ministro degli Esteri Tarasiuk, ad una cifra oscillante tra i 7 ed i 10 milioni di persone, con conseguente distruzione completa del mondo contadino ed innumerevoli atti senza precedenti di cannibalismo. Come confermato da specialisti, se l’Ucraina non fosse stata sottoposta a spaventose morti di massa del genere, attualmente potrebbe contare su di una popolazione due volte maggiore, circa 100 milioni di persone.

Oltre all’Ucraina, la disumana carestia si abbatte’ su altre regioni dell’Unione Sovietica, come ad esempio il basso Volga, gli Urali, il Caucaso, la zona della Russia meridionale chiamata Kuban ed il Kazakhstan, in poche parole le regioni piu’ fertili dell’allora URSS, e questa tragedia, dalle dimensioni per vittime complessive sicuramente superiore al doppio di quelle dell’altrettanto tragico Olocausto nazista, per di piu’ perpetrata nei confronti della propria gente, nei libri di storia contemporanei utilizzati nell’area postsovietica viene liquidata in due righe, quasi come se non fosse mai accaduta.

Anche gli storici da parte loro, abituati per forza di cose a trattare l’argomento esclusivamente in base ai racconti frammentari di testimoni sopravvissuti all’apocalisse ed attualmente ancora in vita, solo di recente hanno ottenuto la possibilita’ di studiare le effettive dimensioni di questa follia grazie all’apertura, avvenuta verso la fine degli anni ‘80, di una parte degli archivi fino a quel momento inaccessibili. Nei documenti, unici nel loro genere per la loro drammaticita’, viene raccontata la storia della morte della campagna sovietica, tenuta rigorosamente all’oscuro dal regime stalinista nei confronti delle altre citta’ sovietiche, a partire da Mosca e Leningrado.

GENOCIDE EN UKRAINE- trentatreesima puntata

Note spéciale n° 3 du Département secret-politique de l’OGPU sur l’état de la déportation des koulaks au 9 août 1931

Pas avant le 9 août 1931

Région de l’Oural

Installation

Il y a actuellement sur le territoire de la région de l’Oural jusqu’à 120 000 familles de déplacés spéciaux, ce qui représente près de 600 000 personnes. Elles sont installées essentiellement sur le territoire des anciens districts de Perm, Nijni-Taguilsk, Irbitsk, Tobolsk, Sverdlovsk, Solikamsk, Komi-Permiatsk. La construction de logements sur les lieux d’installation n’est pas, jusqu’à présent, dans un état satisfaisant. Les plans de construction ont pratiquement échoué dans une série de districts. Le trust de construction de Serebiansk n’a rempli le plan qu’à 5,7 % ; celui de Pachinski à 1,8 % seulement ; celui de de Kosinsk à 4 %, etc.

Malgré les innombrables directives envoyées par les responsables régionaux, exigeant l’accélération du rythme de construction, cette mesure de première importance est en permanence freinée (en particulier par Ouralless et Ouraleribtrest). Dans le district de Nadejdin, pas un seul organisme de construction n’a rempli le plan. Dans l’arrondissement de Tcherdin, sur 1 000 logements, 484 seulement ont été construits. Par ailleurs, le trust forestier l de Tcherdin refuse systématiquement de donner de la main-d’oeuvre pour accélérer le rythme. Dans l’arrondissement de Tavdin, le trust forestier a été mis en demeure, par le comité exécutif et l’organisation locale du Parti, de remplir au 1er juin 70 % du plan de construction. Cependant, alors que toutes les possibilités étaient réunies pour remplir le plan, non seulement le plan de construction mais même les travaux préparatoires n’ont pas été achevés. On peut faire les mêmes constatations dans une série d’autres arrondissements et districts.

Le fait que le plan de construction soit systématiquement non rempli s’explique par :

a) le désir des responsables d’utiliser la main-d’oeuvre pour des travaux autres que la construction ;

b) l’absence de travail préparatoire de la part des organismes économiques ;

c) le retard pris (à cause d’Ouralles, principalement) dans l’envoi des projets de construction ;

d) la lenteur d’affectation des crédits correspondants ;

e) le non-approvisionnement d’une série de trusts de construction en matériaux et en outils.

On remarque de la part des responsables des organisations des districts un esprit conciliant vis-à-vis du ralentissement des rythmes de construction : « Si l’on cherche des responsabilités concernant cette construction, alors, si vous voulez, il ne restera plus du tout de travailleurs, on les jugera tous et on les déportera tous, on en manque tellement » (comité du Parti de Taborin). « Notre affaire, c’est de remplir le plan de pêche, la construction ne nous concerne pas, nous n’en sommes pas responsables » (Smolin, directeur du trust Rybtrest).

En conséquence, dans toute une série de régions, les déplacés spéciaux ont été installés dans des logements tout à fait inappropriés (baraquements vétustes, entrepôts de stockage de légumes, granges désaffectées, etc.). Dans le district de Kamen, les déplacés spéciaux ont été installés dans des baraquements et des tentes. 62 familles vivent dans des entrepôts de légumes. Les trois quarts des déplacés, affectés à la mine de Logovo, sont installés dans des baraquements sans toit. Dans le district de Karagaï, les déportés spéciaux sont installés très à l’étroit dans des baraquements très exigus. Dans l’un de ces baraquements, d’une capacité de 200 personnes, s’entassent 358 personnes. Dans un autre, il y a 226 personnes pour une capacité de 150. Dans ce même district, 384 personnes sont installées dans un hangar en briques. Dans le district de Kalatin, 2 088 personnes s’entassent dans 5 baraquements, sur des châlits à deux niveaux. Il n’y a ni table ni banc et les déportés n’ont d’autre espace à vivre que leur châlit.

En ce qui concerne l’approvisionnement alimentaire, la situation est tout aussi mauvaise. Les coopératives locales et les organismes économiques n’ont pas, jusqu’à présent, fait leur travail d’approvisionnement des déportés. Aussi, dans toute une série de districts les déplacés spéciaux meurent littéralement de faim, se nourrissent d’herbe, de racines, etc.

District de Tavdin. Il n’y a aucun financement pour le contingent de déportés non apte au travail. À Bolshaia Pustyn’, les déplacés spéciaux n’ont reçu aucun ravitaillement durant trois semaines. À Scusjé, quinze déplacés spéciaux, qui avaient pourtant travaillé durant cinq jours entiers, n’ont reçu aucun ravitaillement durant ce temps et ont souffert de la faim.

District de Nadejda. Dans quatre des principaux secteurs du peuplement spécial, l’approvisionnement en pain a été interrompu de façon systématique. Les déplacés spéciaux se sont nourris d’herbe sèche, de feuilles, de tubercules des bois et d’autres erzats.

District de Kitlim. 9 989 déplacés spéciaux non aptes au travail n’ont reçu aucun produit alimentaire normé depuis un an et ont souffert chroniquement de la faim.

District de Ivdelsk. Une série de villages n’a reçu aucun produit alimentaire. Les déplacés spéciaux se nourrissent d’orties, de mousse, etc.

District de Nijnetourinsk. Les 3 wagons de farine reçus pour les déplacés spéciaux ont été distribués, sur ordre du responsable de la direction des coopératives à la population locale. Les déplacés spéciaux n’ont rien reçu de cet envoi et ont souffert de faim.

On a noté de nombreux cas identiques ailleurs.

L’assistance médicale aux déplacés spéciaux n’est pas du tout au point, le réseau actuel de centres de soins est totalement insuffisant, la construction de nouveaux centres se fait au compte-gouttes et avance inadmissiblement lentement. On note un manque généralisé de médecins, d’aides-soignants, d’aides-médecins et une absence totale de médicaments. Les organisations locales n’accordent aucune attention à l’assistance médicale aux déplacés spéciaux, et dans certains cas, le comportement des organisations locales à l’égard des déplacés spéciaux est totalement inadmissible.

District de Tourin. Le secrétaire de la cellule locale du Parti, un certain Kossia, a donné les instructions suivantes au médecin concernant les déplacés spéciaux qui demanderaient une assistance médicale : « Envoyez-les au diable ! ». Ainsi, à cause de mauvaises conditions de vie, de difficultés d’approvisionnement et d’une assistance médicale limitée, on observe dans une série de districts un développement rapide d’épidémies et une montée de la mortalité.

District de Ivdelsk. Dans le village de Konda, on a relevé 19 cas de typhus exanthématique. On a noté une forte morbidité due à la fièvre typhoïde et au typhus exanthématique dans les districts de Nadejda, de Nijnetourinsk, de Kizeliov et dans d’autres districts.

Dans le district de Tavrin, 70 % des déplacés spéciaux sont atteints de maladies intestinales (essentiellement dysenterie).

Exploitation économique des déplacés spéciaux

Les principales organisations qui emploient comme main-d’oeuvre des déplacés spéciaux sont : Ouralles, Ouraribtrest, Tsvetmetazoloto, Ouralougol, Ouralrouda, Vostokostal. Les déplacés spéciaux sont essentiellement employés dans l’exploitation forestière, les mines de charbon et la production de matériel de construction. Les autres sont employés pour la colonisation agricole, la construction de routes, la production de tourbe, etc. On remarque toute une série de problèmes dans l’exploitation des déplacés spéciaux. Selon les données de la Direction forestière, le pourcentage global d’exploitation des déplacés spéciaux est de 83 %. Seuls quelques trusts forestiers ont atteint un pourcentage de 100 % (Tcherdin, Pachin, Serebrian). La majorité des trusts forestiers n’emploient les déplacés spéciaux qu’à 60-70 %, et certains même à 32 % seulement (Kovlin). Un grand nombre de déplacés spéciaux ne sont pas du tout mis au travail. Un grand nombre de responsables ne le savent même pas, car dans la majorité des districts il n’existe aucune liste de la main-d’oeuvre déportée. Souvent, il n’existe pas de tarification pour le travail, aucune journée de travail n’est instaurée, il n’y a pas de normes définies, la paye n’est pas versée dans les temps, etc. Dans un grand nombre de districts, les femmes et les adolescents ne sont pas mis au travail.

District d’Irbitsk. La division du travail et les normes de travail pour les hommes, les femmes et les adolescents ne sont pas clairement définies. Les adolescents (13-15 ans) travaillent à des tâches dures : ils creusent des combes, transportent des briques huit heures par jour au moins. Le compte des arriérés dus aux déplacés spéciaux n’est pas tenu, alors même que certains d’entre eux n’ont reçu aucune paye depuis trois à quatre mois.

Au trust forestier de Petropavlovsk, aucun compte n’est tenu. Il est impossible de calculer, même approximativement, les arriérés dus aux déplacés spéciaux. Ils ne reçoivent aucune paye.

District d’Emangelin. Les déplacés spéciaux sont affectés à la construction de voies de chemins de fer. La norme de rendement n’est pas établie, la paye n’a pas été distribuée depuis le mois d’avril, aucun compte du travail fait n’est tenu.

District de Tchoussov. La journée de travail de 8 heures n’est pas respectée, les déplacés spéciaux travaillent 12 heures par jour. Aucun vêtement de travail n’est distribué. Les normes de rendement et de salaire ne sont pas fixées. Le salaire n’est plus distribué depuis longtemps. Il n’existe aucune comptabilité du travail. On trompe systématiquement les travailleurs.

On observe une situation identique dans d’autres districts. Un grand nombre de responsables considèrent les déplacés spéciaux comme une force de travail que l’on peut exploiter sans merci. L’idée que « le koulak n’a aucun droit, personne ne le défendra de toute façon », suscite un grand nombre d’abus. Abus de toute espèce, travail au-delà de toute mesure sont devenus des faits courants dans toute une série de districts et certains responsables sont allés jusqu’à déclarer ouvertement que leur politique visait à exterminer physiquement tous les déplacés spéciaux. D’où une exploitation forcenée des déplacés spéciaux, encouragée par les responsables locaux.

« Conformément à la directive des cam. Staline et Molotov, les normes — savoir au minimum le double des normes moyennes de travail — sont fixées ainsi » (extraits du télégramme du président d’Ouralles, Sovietnikov et du président du Comité exécutif de région, Dmitrin, en date du 25 février 1931). « Ne pas laisser partir de la zone de coupe les déplacés spéciaux tant que la norme n’a pas été remplie. Prendre toute mesure pour contraindre les déplacés spéciaux à travailler » (ordre n° 303 du directeur du trust forestier de Nadejdin, Arefiev). « Les représentants d’Ouralles ont exposé ainsi la question devant moi : tant que les déplacés spéciaux ne rempliront pas la norme de 6,5 mètres cubes de bois, on ne les laissera pas sortir de la taïga. Les normes des hommes et des femmes doivent être les mêmes » (déclaration du responsable du trust forestier de Petropavlosvsk, Ioudine).

On pourrait multiplier ce genre d’exemples. On ne s’étonnera donc pas des abus suivants, parmi les plus fréquents : une charge de travail anormalement lourde, la mise au travail d’enfants, de personnes non aptes, de femmes enceintes, au même titre que les hommes en bonne santé, des outrages moraux et physiques, des passages à tabac, des meurtres, le brouillage des comptes, etc. À cet égard, la situation dans le trust forestier de Petropavlovsk est très typique. Soumis à des pressions extraordinaires, les déplacés spéciaux sont parvenus, en travaillant nuit et jour, à remplir les normes exigées. Ils n’ont pu cependant maintenir leur effort. Aussi ont-ils commencé à crever massivement. Pour une seule section et pour le seul mois de mars, 30 personnes sont mortes. À la fin de l’hiver 50 % des déplacés spéciaux n’étaient plus aptes au travail. En punition d’une norme non remplie, un déplacé spécial a été enterré dans la neige. Il est parvenu à s’enfuir. On l’a attrapé et de nouveau enterré dans la neige (Déposition du responsable de section Ioudine).

État d’esprit des déplacés spéciaux

La grande majorité des déplacés affiche son désir de travailler, mais réclame une amélioration de ses conditions de vie. Dans les districts où l’approvisionnement est plus ou moins normal, le moral est plutôt bon. Beaucoup souhaitent se monter une petite exploitation, désirent acheter des vaches, des chevaux, cultiver un potager, etc. Les jeunes du village de Bourmantov ont adopté la résolution suivante, lors de la réunion organisée par les autorités : « Les jeunes déplacés spéciaux de l’exploitation forestière de Bourmantov, après avoir travaillé 8 mois dans l’Oural parmi le prolétariat, se sont pleinement convaincus des erreurs de leurs pères, maudissent l’Ancien régime et affirment qu’ils défendront, comme un seul homme, les intérêts de l’URSS ».

Mais de tels comportements ne sont cependant pas majoritaires. Dans une série de districts, les déplacés spéciaux attendent la guerre et espèrent une intervention des Puissances étrangères. Parmi les activistes koulaks et les éléments contre-révolutionnaires, on remarque un comportement insurrectionnel et des velléités d’organisation. On a noté des appels à fuir en masse, à mettre sur pied des bandes, à préparer des soulèvements armés.

District d’Ivdelsk. Le koulak Kouprienko, lors d’une conversation, a appelé ses interlocuteurs à se tenir prêts à l’action en cas de guerre et, en conséquence, à refuser de travailler.

District de Zlatooust. Le koulak Droujinine a fait de la propagande parmi les autres exilés : « Nous n’avons rien à craindre, nous devons agir : trouver des armes et se libérer ». Le koulak Emelianov a appelé ouvertement à la création de bandes en affirmant : « Organisons une bande, je m’en charge, je trouverai des armes, nous enrôlerons de bons gars parmi les dékoulakisés et nous agirons. Autrement on ne peut pas vivre, il faut agir ».

District de Tavdin. « Notre but maintenant est de combattre le pouvoir des soviets » (koulak Borovkov). « Il faut aider de toutes nos forces la bourgeoisie et organiser la fuite » (déplacés spéciaux Bouzedal et Kouzmenko). « Il faut combattre le pouvoir des soviets et aider la bourgeoisie étrangère, il faut saboter davantage, faire de la propagande, pour qu’on ne nous mette pas dans des kolkhozes et qu’on travaille moins » (koulak Voltchenkov).

De tels comportements sont renforcés par la situation exécrable en matière de logement, d’approvisionnement, d’emploi, etc. Les éléments contre-révolutionnaires actifs reprennent de la vigueur et mènent avec force leur activité contre-révolutionnaire, organisant des évasions, des manifestations de masse, etc. Le nombre de déplacés spéciaux fuyant leur lieu d’assignation est en hausse constante. Ainsi, dans le district d’Ivdelsk, on compte (au 14 juin) 173 personnes en fuite. Dans le district de Nadejda, 783 personnes se sont enfuies en avril-mai. Seules 260 ont été rattrapées. On observe des fuites massives dans d’autres districts.

Le comportement contre-révolutionnaire des koulaks s’exprime également dans des manifestations de masse. Ces dernières se propagent dans une série de districts et se caractérisent par leur durée et leur dureté. Les plus significatives sont les suivantes :

) District de Kitlim. Dans les villages de Lobva et de Tchernoiarsk, les 23-24 juin, les déplacés spéciaux ont à nouveau refusé d’aller travailler et une partie d’entre eux a saccagé les bâtiments publics. Le 26 juin, dans le village de Tchernoiarsk, les déplacés spéciaux ont formulé les exigences suivantes :

a) fixer la journée de travail à 8 heures, distribuer des vêtements de travail, des chaussures, de la nourriture ;

b) envoyer les gens travailler dans des usines ;

c) donner à chaque famille un lopin, puisqu’aucun approvisionnement décent n’est assuré par les autorités ;

d) augmenter les rations.

Dans le village de Lobva, les manifestants réclamaient leur retour chez eux. La manifestation a regroupé au total 750 personnes. La manifestation a été liquidée par un détachement armé.

) District de Tcherdin. Dans les villages de Ianitasr et de Elifanovo, le 23 juin, une foule de 188 familles de déplacés spéciaux a entouré le bâtiment du soviet rural et a exprimé son refus catégorique de travailler au mandataire de l’OGPU et au commandant du village spécial. En même temps, les manifestants exigeaient qu’on les ramène chez eux et qu’on leur rende leurs biens confisqués pendant la dékoulakisation. La manifestation a duré deux jours et un détachement de 24 cavaliers a été envoyé pour la liquider. La foule a lancé des pierres sur les collaborateurs de l’OGPU, a tenté de lyncher les policiers, a désarmé une partie des cavaliers. Lors de la liquidation de la manifestation, deux manifestants ont été blessés.

) District de Gaïn. 200 familles de déplacés spéciaux ont refusé de débarquer sur la rive, ont cassé le pont de péniches, ont jeté à l’eau les outils, ont chassé l’escorte, ont mis le feu et ont exigé d’être logés dans des maisons d’habitation et non dans des baraquements. La manifestation a été liquidée par un détachement armé.

) District de Bereznikov. À 50 verstes de la station Iaïva, 1 818 déplacés spéciaux ont refusé d’aller travailler, exigeant la diminution des normes et leur retour chez eux. Les manifestants ont détruit un baraquement, coupé les fils téléphoniques, roué de coups un chef d’équipe et tenté de confectionner un radeau pour s’enfuir. La manifestation a été liquidée par un détachement armé.

Source : TsA FSB, 2/9/539/279-288

Ugo Finetti: un parere su Risorgimento, Resistenza ed Unità nazionale

Ugo Finetti
Tratto da Il Giornale del 21 dicembre 2009

La celebrazione dell’unità d’Italia deve servire a mettere sul banco degli imputati gli ultimi 150 anni in nome di una futura «unità nazionale» che solo la sinistra potrà realizzare? Sembrerebbe di sì a leggere il libro di Giorgio Ruffolo (Un paese troppo lungo. L’unità nazionale in pericolo, Einaudi, pagg. 239, euro 18,50). A partire dal divario Nord-Sud che ha «allungato» il nostro paese, la storia dell’Italia unita ha in queste pagine solo due momenti positivi: il «Risorgimento caldo» di Mazzini e Garibaldi e il «Secondo Risorgimento» della Resistenza. Ma ad entrambi avrebbero fatto seguito lunghi periodi negativi – «Risorgimento freddo» e «Resistenza tradita» – che determinano un giudizio complessivo di «fallimento dell’unificazione nazionale».

Il «cattivo» è sempre ravvisato nel ceto medio sfuggito all’inquadramento sindacale.

La vendetta dell’Antirisorgimento la vediamo infatti alimentata in questi 150 anni da una «piccola borghesia frustrata da secoli di servitù» che prima incoraggiò la destra nazionalista e poi il fascismo e quindi «dall’avvento di una classe di piccoli imprenditori e di lavoratori autonomi» che ha inquinato la nostra società negli ultimi decenni creando le basi di un consenso al «corsaro» Bettino Craxi e al «populista» Silvio Berlusconi secondo «l’affermazione di valori individualistici, per meglio dire privatistici».

In questo libro è significativo il modo in cui un’intellettualità della sinistra italiana tenda a «chiamarsi fuori» da come si è realizzata l’unità d’Italia. Scorrendo le vicende nazionali dopo la scomparsa di Cavour, prima con la destra liberale e poi con Giovanni Giolitti non troviamo ragioni di segnalare un qualche successo. Ruffolo mette a confronto i giudizi storici sulla crescita dell’Italia nei suoi primi cinquant’anni di unità argomentati da Benedetto Croce e da Antonio Gramsci evidenziando una netta propensione per l’accusa comunista rispetto alla difesa liberale.

Quindi attraverso il ventennio mussoliniano Ruffolo enuclea i tre mali fondamentali che si proiettano come eccezione d’infamia anche sul presente. E cioè: fascismo, clericalismo e irrisolta questione meridionale.

Ancora oggi in Italia vediamo una «questione meridionale» aggravata dal groviglio tra Lega al Nord e mafia al Sud, un’aggressiva e pericolosa invadenza neoguelfa della Chiesa e – soprattutto – una situazione allarmante per la democrazia. L’«essenza del fascismo» la si può ritrovare – scrive Ruffolo – negli attuali fenomeni di «plebiscitarismo elettorale», di «decisionismo autoritario», di «distruzione ludica», di «bombardamento mediatico», ecc.

La tesi ricorrente è un giudizio sistematicamente negativo su chi ha governato il paese e infatti non compare un’analisi critica né sul comunismo che ha dominato la sinistra italiana, né sull’estremismo che l’ha inquinata.

Ma il considerarsi «Altra Italia» serve a comprendere che cosa è davvero accaduto in Italia e il suo sviluppo che è apparso talora «miracoloso» agli occhi stranieri? Ed è davvero esistita questa sedicente «Altra Italia» di sinistra che si atteggia a essere vissuta in perenne ritiro nel deserto con cintura di pelle ai fianchi e cibandosi di locuste? Sarebbe più interessante che nell’occasione della festa dei centocinauant’anni ogni componente politica, sociale e culturale facesse un bilancio spassionato di come abbia concorso alla identità dello Stato italiano senza concentrare il positivo in un «attimo fuggente» quale sembra essere stata in queste pagine la Resistenza.

Stalin, la notte di sangue degli ebrei

Stalin, la notte di sangue degli ebrei

di Ennio Caretto

Un libro in America ricostruisce le persecuzioni antisemite in Urss fra ’48 e ’52. E i silenzi dell’Occidente. Un pogrom segreto ordinato dal dittatore stermino’ gli intellettuali yiddish.

[Dal «Corriere della Sera», 5 giugno 2001]

WASHINGTON – La mattina del 13 gennaio del 1948, un gruppo di operai rinvenne in una strada di Minsk in Bielorussia il cadavere di Solomon Mikhoels, il celebre attore e direttore del Teatro Yiddish di Mosca, presidente del Comitato antifascista ebraico, pilastro della resistenza contro l’invasione tedesca nella seconda guerra mondiale, amico di Albert Einstein e del grande basso americano Paul Robeson. L’evento desto’ scalpore in tutto il mondo. Stalin ordino’accertamenti sulla causa della morte – un investimento stradale, fu il responso – ed esequie di Stato in onore del defunto. Ma documenti segreti declassificati di recente dal Cremlino dimostrano che Mikhoels fu assassinato dal Kgb, la polizia politica sovietica, su ordine del dittatore, e che il suo omicidio segno’ l’inizio della persecuzione degli ebrei nell’Urss. Persecuzione che sfocio’ nella esecuzione deiloro piu’ influenti intellettuali alla Lubianka, il famigerato penitenziario moscovita, il 12 agosto del ‘52, “la notte della strage dei poeti”.

Su questo oscuro capitolo della storia sovietica hanno scritto un libro sconvolgente lo storico americano Joshua Rubenstein, dirigente di Amnesty international, e uno studioso russo Vladimir Naumov, segretario della Commissione presidenziale per la riabilitazione delle vittime politiche a Mosca.

Il libro, pubblicato dalla Yale university press e il Museo dell’Olocausto (527 pagine 35 dollari), s’intitola Il pogrom segreto di Stalin: l’inquisizione del Comitato antifascista ebraico nel dopoguerra, e condensa i voluminosi atti del processo farsa ai compagni di Mikhoels, quindici esponenti culturali di cui soltanto uno, Linha Shtern, la prima donna accolta nell’Accademia delle scienze sovietica, fu risparmiata. I quindici, scomparsi dalla vita pubblica nel ‘48, al loro arresto, vennero riabilitati segretamente nel ‘55. Che negli ultimi anni di vita Stalin, morto nel ‘53, fosse ossessionato “dai complotti ebrei” era piu’ che noto: si diffusero voci di esecuzioni di politici, letterati e medici, di epurazioni e confini in massa. Ma il libro di Rubenstein e di Naumov ha il pregio di fornire cifre e volti al pogrom; analizzarne i motivi; e sottolineare il silenzio di alcuni comunisti occidentali – non fanno nomi di italiani – su “La notte della strage dei poeti”. Il libro illustra come Stalin, dapprima critico dell’antisemitismo (“E’ la piu’ pericolosa sopravvivenza del cannibalismo” dichiaro’ nel ‘31), adotto’ una politica antisemita.

Kruscev noto’ che lo nascose negli scritti e nei discorsi, ma che nel ‘39 assicuro’ a Von Ribbentrop, il ministro degli Esteri tedesco, che avrebbe rimosso tutti gli ebrei dai posti di comando. Il dittatore diede il via alle epurazioni e ai confini nel ‘44, quando non ebbe piu’ bisogno di loro, facendo anche arrestare il fidanzato della figlia.

Il Comitato antifascista ebraico venne fondato nel ‘42, sotto la supervisione di Solomon Lozovsky, vice commissario agli esteri e alla stampa del Partito, che affianco’ a Mikhoels due poeti famosi, Peretz Markish e Isaac Fefer. Per un paio d’anni, svolse un ruolo prezioso per lo stalinismo, denunciando le atrocita’ naziste nell’Urss occupata, mobilitando l’opinione pubblica interna, e procacciando fondi negli Stati Uniti per la guerra. Stalin gli concesse uno spazio senza precedenti, lasciandogli pubblicare la rivista Enykayat e mandando Mikhoels e Fefer in visita in America e in Europa per sei mesi nel ‘43.

Le sue future vittime strinsero rapporti con Albert Einstein, Paul Robeson, Thomas Mann, il pittore emigrato Marc Chagall, e numerosi altri, il gotha culturale euro americano. Ma quando il Comitato incomincio’ a raccogliere testimonianze per un Libro nero sull’Olocausto e a discutere la formazione di uno Stato ebraico sovietico in Crimea, il dittatore si allarmo’. Questi ebrei – ammoni’ – vanno fermati.

All’inizio del ‘48, sulla scia dell’assassinio di Michoels e della chiusura della rivista Eynkayat, Lozovsky, Markish, Fefer e dodici compagni finirono alla Lubianka. Il settembre di quell’anno, Golda Meir guido’ la prima delegazione israeliana a Mosca sollevando l’entusiasmo popolare per lo Stato d’Israele. Stalin, sostengono Rubenstein e Naumov, avverti’ una minaccia sionista al suo regime. A titolo di esempio venne imbastito un processo contro i quindici. Nonostante le torture la maggioranza rifiuto’ di confessare. Al processo del ‘52, Markish, il piu’ ribelle dei poeti, un uomo di tremenda intelligenza e debolezza morale, incrimino’ gli altri. Lozovsky, che si era battuto con Lenin e Stalin contro gli zar dal 1905, si difese invece coraggiosamente; le esecuzioni ebbero luogo nei sotterranei della Lubianka.

Rubenstein e Naumov rimproverano agli intellettuali ebrei europei e americani, anche non comunisti, tra cui il drammaturgo Arthur Miller e il romanziere Norman Mailer, di non essere intervenuti a favore dei quindici nel ‘49, quando gli scrittori sovietici Alexander Fadeyev e Ilya Ehrenburg parteciparono alle Conferenze della pace di New York prima e di Parigi poi. Ne notarono la scomparsa, osservano, ma non pretesero risposte. E chi le ottenne, come il dirigente del Pc Usa = Howard Fast, tacque per non screditare Stalin. Paul Robeson mosse un passo: al suo ultimo concerto nell’Urss, riusci’ a incontrare Fefer in albergo a Mosca, rimesso a nuovo dal Kgb per l’occasione. Capi’che era stato incarcerato, e al concerto canto’ la canzone della rivolta del ghetto di Varsavia. Ma al rientro in America, smenti’ che nell’Urss vigesse l’antisemitismo. Nel ‘57, dopo la rivoluzione d’Ungheria, nel libro “Il Dio nudo”, Fast ammise che se lui e Robeson avessero parlato forse i quindici sarebbero sopravvissuti.

© Corriere della Sera

Le condanne a morte richieste dal P.M. Oscar Luigi Scalfaro

Le condanne a morte richieste dal P.M. Oscar Luigi Scalfaro

(Pare opportuno inserire anche queste morti fra le stragi di quel periodo)

Il Giornale del 9/3/1995, con un articolo  a firma P.Pisanò, informa:

“Sono 8, le condanne a morte di fascisti, chieste e ottenute dal P.M. O.L.Scalfaro, alla Corte assise di Novara, dopo il 25/4/1945.La biografia ufficiale, parla di un solo imputato, per il quale la condanna a morte era inevitabile; ma tale imputato..venne poi graziato…La realtà è un pò diversa.1943: Il futuro presidente della Repubblica entra in magistratura.1°maggio 1945: O.L.Scalfaro assume volontariamente la carica di vicepresidente del tribunale di Novara. 13 giugno 1945: Sostituiti i tribunali del popolo con le CAS (Corte Assise straordinarie), O.L.Scalfaro sostiene la pubblica accusa contro Enrico Vezzalini, soldato valoroso pluridecorato. 15 e 28/6/1945: L’Ufficio del PM ottiene la condanna a morte di Enrico Vezzalini, Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante.Condanne eseguite all’alba del 23 sett.1945 (ndr: al poligono di tiro di Novara). 16 luglio 1945: Il PM chiede ed ottiene la condanna a morte di Giovanni Pompa, 42 anni, della GNR. Sentenza eseguita il 21/10/1945. 12 dic.1945: il PM chiede ed ottiene la condanna a morte di Salvatore Zurlo. Da “Il Corriere di Novara” del 19 dic.1945: “Il PM Scalfaro parla con vigoria ed efficacia che lo fanno ascoltare senza impazienza dal pubblico….Il Pm, dopo la chiarissima requisitoria conclude domandando la pena di morte per lo Zurlo…”Lo Zurlo, nel 1946, in processo d’appello,ebbe la sentenza annullata. Otto condanne a morte ottenute, sette eseguite. O.L.Scalfaro, brillante inquisitore da tribunale del popolo, si è ormai messo in luce per tentare le vie della politica, candidandosi all’ Assemblea Costituente e, pur senza abbandonare la magistratura e relative prebende, avviarsi verso la gloria di Roma”. Questo articolo è rimasto, all’epoca, senza reazioni di sorta dell’interessato: tutto vero, dunque. Ma giornalisti de “L’Ultima Crociata”, andati a Novara per rivedere le carte di quei processi, non trovarono un bel nulla.

Informazioni: web.tiscali.it/RSI_ANALISI/stragi.htm  –  Per invio ulteriori dati: pellegrinetti1@interfree.it

GENOCIDE EN UKRAINE- trentaduesima puntata

Extraits du rapport n° 9 du Département spécial de l’OGPU sur l’état des déportations de koulaks au 28 juin 1931

Pas avant le 28 juin 1931

— État des transferts

a — Vers l’Oural

1

655

8 0202

 645

0 171

8

 9031 710

2

 076

8 0723

 848

4 253

7

1 767

6 778 9 2 359 9 000

12 751

5 963

2

8 143

23 04192 3599 000
Région d’origine des déportés En route Déchargés Reste à déporter
Convois Familles Individus Convois Familles Individus Convois Familles Individus
Rég. d’Ivanovo —- —-
Biélorussie
Caucase du Nord
Ukraine
Total

b — Vers le Kazakhstan

0 015

2

4 0002 0545

 475

4 5898 0292

 901

9

4 376

Région d’origine
des déportés
En route Déchargés Reste à déporter
Convois Familles Individus Convois Familles Individus Convois Familles Individus
Basse Volga 5 56 000
Moyenne Volga 4 1 538  372 19 25 000
Rég. centrale
des Terres noires
8 2 919 10 3 736 19 000
Total 12 4 457 0 961 34 0 098 100 000

c — Total des déportés vers l’Oural et vers le Kazakhstan

4 959

6 924

8

6 735
En route Déchargés Reste à déporter
Convois Familles Individus Convois Familles Individus Convois Familles Individus
43
106 183 139 149 000

Remarques. La RP de l’OGPU de la région d’Ivanovo n’a pas rempli le plan de déportation vers l’Oural pour 1 345 familles ; la RP de l’OGPU de Biélorussie pour 355 familles ; la RP de l’OGPU de la Moyenne Volga a déporté au Kazakhstan 381 personnes en trop ; la RP de la région de la Basse-Volga 36 personnes en trop.

Incidents durant les opérations de déportation :

— morts : 21 personnes, dont 7 hommes et 14 enfants ;

— tués pour tentative de fuite : 2 hommes ;

— évacués (malades) : 87 personnes, dont 16 hommes, 45 femmes, 26 enfants

— évacués (ordre des RP de l’OGPU) : 13 hommes

— arrêtés pour tentative de fuite : 6 hommes

— évadés : 45 hommes

— ont quitté le train : 2 hommes.

En outre, lors du déraillement du convoi n° 118 :

— tués : 9 personnes, dont 4 hommes, 3 femmes, 2 enfants ;

— blessés : 26 personnes, dont 13 hommes, 4 femmes, 9 enfants ;

— laissés pour assister les blessés : 32 personnes, dont 5 hommes, 11 femmes, 16 enfants ;

— évadés : 15 personnes, dont 2 hommes, 2 femmes, 11 enfants.

Soit au total, éléments manquants : 247, dont 114 hommes, 65 femmes, 68 enfants.

– État des déportations

[...]

RSS d’Ukraine

L’expulsion et la déportation des familles koulaks se poursuit avec succès, suscitant des réactions positives de la part des principales couches sociales des villes et des campagnes, et un soutien actif de la part des kolkhoziens et des activistes ruraux.

Parallèlement, on note un certain nombre de réactions négatives de la part de kolkhoziens et d’une partie des paysans moyens. Les réactions koulaks prennent par endroits une tonalité insurrectionnelle. Dans le bourg Raï-Alexandrovka (district Slavianskii), seuls 4 kolkhoziens sur 400 ont voté en faveur de l’expulsion des koulaks. Les gens criaient : « Les koulaks ne nous gênent pas ! Laissez-les vivre tranquillement ! ». On a noté, par ailleurs, des résistances ouvertes à l’arrestation des koulaks. Ainsi, à Kroug (district Volodarski), deux koulaks armés de revolvers ont attaqué des activistes du komsomol, ont libéré des femmes koulaks et se sont volatilisés dans la nature. Dans les districts de Nikolaevsk et de Kichensk, se sont produits des actes terroristes. Dans le village de Korenikha, le bâtiment du soviet rural a été incendié. On a retrouvé, sur l’un des murs calcinés l’inscription suivante : « De la part des déportés ». À Grouchino, un koulak ayant échappé à la déportation a écrit sur la porte de la maison du président du comité des paysans pauvres : « Tu seras tué et je brûlerai ta maison ». À Loukachevka, au moment où des charrois emmenaient les déportés vers la gare, une foule de 500 femmes s’est rassemblée, exigeant qu’on libérât les dékoulakisés. Elle s’est dispersée après que des responsables de l’OGPU eurent donné des explications. À Grouchino, une trentaine de kolkhoziens, sur l’instigation de koulakisants, s’est dirigée vers le soviet rural, exigeant qu’on libérât les koulaks arrêtés. Pour calmer la foule, le président du soviet a libéré deux koulaks, après quoi la foule s’est dispersée.

Dans les districts Kazatinskii, Pogrebischenskii, Lipovetskii, ont été découverts des tracts de caractère insurrectionnel, largement répandus parmi la population locale [...].

Le chef de la 2e section du Département spécial de l’OGPU, Nikolaev

Le Plénipotentiaire opérationnel Chtrangfeldt

Source TsA FSB, 2/9/539/105-114
Note d’information sur l’appel téléphonique du responsable de la direction générale des camps de l’OGPU, L. M. Kogan, à la section d’Akmolinsk chargée des déplacés spéciaux et à la R. P de l’OGPU de la RSS du Kazakhstan concernant la modification du plan de réinstallation au Kazakhstan et l’organisation des peuplements spéciaux

er juillet 1931

À la suite d’une série de circonstances, en particulier la nécessité de remédier au déficit de main-d’oeuvre dans l’Oural et en Sibérie occidentale, en modification du plan précédent, il sera envoyé au Kazakhstan 37 000 familles, je répète 37 000 familles, pour travailler dans les entreprises suivantes : Kazougol (charbon du Kazakhstan), 15 000 ; Kazmed (cuivre du Kazakhstan), 3 000 ; Kazjeldostroi (construction de chemin de fer du Kazakhstan), 15 000 et dans les sovkhozes d’élevage les plus proches de la voie de chemin de fer, 4 000 familles selon les conditions sur lesquelles nous nous sommes déjà mis d’accord. Les 25 000 familles restant ne seront pas envoyées au Kazakhstan, je répète, ne seront pas envoyées au Kazakhstan. En conséquence les accords conclus avec le Soyouzryba (poissons de l’Union) et l’Ovtsevod (production de poulets) sont annulés.

Nous proposons :

- transférer sans tarder les personnes qui s’accumulent dans les stations des gares au Kazougol, en installant leurs familles dans les fonds locatifs fournis par le Kazougol ;

– évacuer les familles des personnes transférées au Kazjeldostroi et les installer sur les terres les plus proches de la voie de chemin de fer ;

– en accord avec le Kazmed, conformément aux dispositions conclues, envoyer les déplacés spéciaux à la construction, également sur les terres les plus proches de la voie ferrée, après quoi les chefs de famille devront être transférés au travail dans les entreprises du Kazmed ;

– dans les jours prochains vous recevrez l’ordre d’envoyer les « hommes seuls » arrivés en avril de la région de Moscou et de la région de Nijni-Novgorod, au total 2 800 personnes, en Sibérie occidentale. En prévision de quoi, tenez-en le compte, ne les envoyez pas loin des lignes de chemin de fer, prévoyez de les remplacer dans les emplois qu’ils occupent à présent. Lorsque vous aurez reçu cet ordre, expliquez-leur qu’ils sont envoyés vers un travail permanent en Sibérie, où sont dirigées en même temps leurs familles. Envoyez par exprès, conformément au n° 187 592 la liste des présents ainsi que la liste des morts et des personnes en fuite ;

– des cargaisons d’approvisionnement, des instruments, des matériaux de construction vous ont été expédiés depuis longtemps et apparemment ne vous sont parvenus qu’en partie ;

– des chargements de chevaux de la Moyenne Volga sont en route, et vous parviendront dans les prochains jours, nous les forcerons à ce qu’il y en ait d’autres ; vous recevrez également 1500 chevaux de Korinman, prêts pour le Kazjeldostroi.

– un nombre significatif d’ingénieurs du bâtiment, de personnels techniques et d’autres spécialistes vous sont envoyés de divers camps, ils seront au nombre de 100, de même que sont prévus 19 cadres tchékistes ;

– des ordres d’approvisionnement pour la IIIe section seront émis dans quelques jours et donnés sur place. L’argent du Centre est transmis à son délégué à hauteur de 200 000 roubles ;

– Tchoudotrans met à part, sur décision du gouvernement, 15 camions de 5 tonnes, nous vous les envoyons immédiatement ;

0 – des ordres ont encore été donnés selon lesquels les familles doivent être impérativement envoyées avec trois mois d’approvisionnement, des outils et des objets pour la vie quotidienne.

Kogan

Information. Tout est prêt dans l’Oural. Nous n’attendons que l’indication des lieux d’envoi, et le cam. Nikolaev va rapidement remettre sur pied la Bachkirie, la Tatarie, etc. Le camarade Rappoport a fait savoir que les points seraient indiqués aujourd’hui ou demain. 2 juillet 1931, L. Kogan.

Source : TsA FSB, 2/10/379a/119
12 juillet 1931

Conformément au plan opérationnel préparé et approuvé par l’OGPU, la déportation des familles koulaks d’Ukraine commencée le 1er juin 1931 a été achevée 39 jours plus tard, le 9 juillet 1931 — exactement dans les délais fixés.

Cette déportation a été précédée, en mars 1931, d’une opération de masse visant à extraire les éléments contre-révolutionnaires les plus actifs des campagnes. Nos coups ont été portés contre les groupes clandestins contre-révolutionnaires koulaks, les cercles d’activistes petliouriens et les koulaks en fuite. Cette opération a concerné tout particulièrement les districts de la Rive droite du Dniepr, les districts frontaliers (infestés par un nombre important de cellules insurrectionnelles armées) ainsi que les districts qui avaient été, par le passé, le centre de mouvements insurrectionnels contre-révolutionnaires, et où il était prévu de déporter un nombre important de familles koulaks.

Cette opération de masse a permis d’arrêter près de 19 000 individus, de démanteler de nombreux groupes contre-révolutionnaires qui préparaient des soulèvements armés pour le printemps 1931. Parmi ceux-ci, un certain nombre faisait partie de réseaux importants, regroupant des organisations ramifiées, présentes dans plusieurs districts ukrainiens (« Les proscrits », « Les insurgés », « Les fils de l’Ukraine », « Les Tsiganes », « Les enflammés », « Les Sibériens » et d’autres ).

La conjoncture politique générale, tout comme le coup décisif porté, par cette opération de masse, aux groupes insurrectionnels contre-révolutionnaires, ont assuré le bon déroulement de la déportation des éléments koulaks, qui s’est passée sans incidents notables et sans manifestations contre-révolutionnaires [...].

Conformément aux directives de l’OGPU, dans le but de prévenir toute fuite des koulaks avant l’opération de déportation, il a été procédé à l’arrestation des chefs de famille et des hommes valides. Au total, plus de 35 000 individus ont été arrêtés.

Lors de cette opération, toutes les mesures avaient été prises pour que fussent soigneusement respectées les consignes concernant une application stricte de la ligne de classe. Toutefois, on a noté un certain nombre de déviations de la part de certains fonctionnaires de base. Malgré des consignes strictes, les activistes ruraux ont, par endroits, arrêté des paysans moyens, et même, en de rares occasions, des paysans pauvres et des kolkhoziens. On a noté une assez large diffusion d’excès liés au fait que les soviets ruraux avaient fourni des informations inexactes sur l’origine sociale et la position économique d’un certain nombre d’exploitants, notamment sur la base de documents fiscaux, espérant se débarrasser de ces familles qui tombaient ainsi sous le coup d’une mesure de déportation. Souvent ces excès étaient liés à de simples règlements de comptes.

Néanmoins, le Guépéou a pris immédiatement les mesures appropriées pour mettre fin à tous les excès dont il avait eu connaissance. Des enquêtes minutieuses ont été diligentées sur place et les fonctionnaires coupables d’excès ont été immédiatement sanctionnés. Par ailleurs, le Comité central du Parti communiste d’Ukraine a envoyé une directive relative à ces problèmes.

À la suite des mesures et des campagnes préparatoires mises en oeuvre, l’opération de déportation des familles koulaks d’Ukraine s’est déroulée dans les meilleures conditions, avec un plein succès. Conformément au plan, l’opération de nettoyage des éléments koulaks d’Ukraine s’est déroulée dans l’ordre suivant : zones frontalières (territoires du ressort des détachements de gardes-frontières de Jitomir, de Vinnitsa, de Kiev et de la République autonome de Moldavie) ; zones des steppes (secteurs opérationnels d’Odessa et de Dniepropetrovsk) ; zones des régions industrielles (secteur opérationnel du Donbass) ; zones de la Rive gauche du Dniepr (secteurs opérationnels de Soumsk, Poltava et Kharkov).

Les résultats globaux de l’opération de déportation des koulaks d’Ukraine vers l’Oural se présentent ainsi. D’après le plan, il était prévu de déporter 30 000 familles. Ont été effectivement déportées : 31 655 familles (131 409 individus). Ainsi, le plan a été dépassé de 1 655 familles. En sus, 150 koulaks sans famille ont été affectés à l’accompagnement des convois, avec chevaux et matériel agricole.

Sur les 131 409 déportés, on compte 46 787 hommes, 38 764 femmes et 45 858 enfants.

La répartition par régions se présente de la manière suivante :

2 370

 840

 7900 000
Plan Nbre de familles déportées Nbre d’individus déportés
Rive gauche 13 389 58 276
Rive droite 9 343 35 709
Steppe 8 923 37 424
Total
31 655 131 409
1 convois — au lieu de 69 prévus par le plan — ont été mobilisés pour l’opération.

Les coups portés au préalable contre les éléments contre-révolutionnaires koulaks et le travail préparatoire mené sur place ont assuré le bon déroulement aussi bien des opérations d’arrestation des chefs de famille que de la déportation elle-même qui s’est déroulée sans incidents ni manifestations de masse.

Les manifestations et autres actes de terrorisme contre-révolutionnaire ont connu un net déclin à partir du début juin. Si en mai 1931 nos services avaient enregistré 185 actes terroristes, en juin, le nombre d’actes terroristes n’a pas dépassé 88 [...].

La déportation des koulaks s’est déroulée dans un environnement politique stabilisé, et a même suscité des appréciations globalement positives de la part des masses kolkhoziennes et des paysans moyens et pauvres. Voici quelques propos typiques notés par nos services : « On va nettoyer la région des koulaks, ainsi les kolkhozes vont être plus forts économiquement, on vivra mieux nous-mêmes, de même que le pays tout entier ». « C’est bien ce que fait le pouvoir soviétique —expulser les koulaks, qui ne sont que des saboteurs. De toute façon, on ne peut rien attendre de bon de leur part ». « On en a assez vu des koulaks, ils nous ont bien exploités. Le pouvoir soviétique a raison de les déporter. Ils n’ont qu’à travailler maintenant. Nous, on a bien assez travaillé pour leur compte. C’est à leur tour de trimer ! ». On a noté que dans le district de Krivoï Rog des kolkhoziens et des paysans pauvres ont mis sur leur portail des banderoles avec l’inscription suivante : « Il n’y a pas de place pour les koulaks chez moi. À bas les ennemis du pouvoir soviétique ! »

Les assemblées générales de village consacrées à la question de la déportation des koulaks se sont bien déroulées, les kolkhoziens et les activistes pauvres et moyens ayant été bien mobilisés pour l’occasion. Les intervenants exigeaient publiquement la liquidation définitive des koulaks en tant que classe et la création des conditions pour passer effectivement à la construction du socialisme et à la collectivisation totale. Souvent, le praesidium du soviet rural recevait, à l’occasion de ces assemblées générales, des déclarations collectives de paysans pauvres et moyens demandant leur admission au kolkhoze. « Il faut parvenir à faire expulser tous les koulaks du village, pas comme l’an dernier. On va demander au Guépéou de nous aider à virer tous les koulaks, pour qu’il n’en reste plus un seul ! ». « Il y va de notre intérêt de déporter tous les koulaks. Comme ça, il n’y aura plus de sabotage, plus d’incendies, plus de meurtres. Tous les paysans vont entrer au kolkhoze ». « Il faut en finir une fois pour toutes avec les koulaks. Ils n’ont de cesse de monter les paysans pauvres et les paysans moyens contre le pouvoir soviétique et de freiner la collectivisation ! ». « Puisqu’on déporte les koulaks, ça veut dire que ça ira mieux, qu’on pourra enfin travailler tranquillement. Nous demandons d’être acceptés dans le collectif kolkhozien » (pétition de 20 exploitants pauvres et moyens, reçue par le praesidium d’un soviet rural lors d’une assemblée générale de village).

Il est remarquable de constater que dans les districts qui avaient connu, l’an dernier, de sérieux troubles, la déportation des koulaks n’a pas suscité de réactions négatives. Cette attitude globalement positive vis-à-vis des déportations est allée de pair avec un activisme remarquable des kolkhoziens, des paysans pauvres et d’une partie des paysans moyens, qui ont participé au nettoyage des villages de leurs éléments koulaks. Cette participation a assurément contribué au bon déroulement de l’opération de déportation.

En même temps, on a noté des réactions négatives parmi les masses les plus attardées des villages. Pour l’essentiel, il s’agissait de propos faisant état d’un mécontentement et plus encore, de commisération pour le sort des déportés. Il y a eu aussi quelques critiques virulentes contre la politique menée par le Parti et par le gouvernement. Ces états d’esprit et ces propos critiques se rencontraient surtout parmi la masse des paysans moyens et des femmes, notamment chez celles qui avaient des liens de parenté avec les koulaks déportés, ou qui étaient tombées sous l’influence néfaste de ceux-ci. Voici quelques propos caractéristiques de ces états d’esprit : « On déporte des innocents. Toutes les lois sont bafouées ; le pouvoir se moque des paysans » ; « Ils ne nous ont jamais rien fait de mal, ces koulaks, pourquoi les déporte-t-on, ce sont des paysans comme nous tous » ; « le pouvoir les déporte contre notre gré. Nous, nous sommes contre ! ». « Des bandits et des pilleurs — voici les gens qui sont au pouvoir, qui prennent les paysans à la gorge ! Ils déportent à nouveau des innocents et ils ruinent des familles entières ! »

Par endroits, on a noté que les femmes étaient particulièrement actives et organisaient des manifestations pour contrecarrer les déportations. Néanmoins, toutes ces tentatives ont été aussitôt liquidées grâce à un travail d’explication. Ainsi, par exemple, dans le district Berezovskii, plus de 120 femmes s’étaient rassemblées pour tenter d’empêcher la déportation de familles koulaks. Il s’agissait souvent de membres des familles des individus déportés. Les femmes criaient : « Pourquoi vous faîtes souffrir des innocents ? Où les emmenez-vous ? Pourquoi faire souffrir les enfants ? ». Grâce à un travail d’explication, il a été possible de stopper l’agitation des femmes et la déportation s’est déroulée normalement. Au village Petroverovka (district Koupianskii), on a noté également que des femmes ont tenté de s’opposer à la déportation de familles koulaks. Après un travail d’explication, les esprits se sont calmés et il a été procédé normalement à la déportation. Dans le district Ponelnianskii, alors que les familles koulaks étaient emmenées en charrettes à la gare la plus proche, une foule de paysannes du village de Khodokovo qui travaillaient aux champs ayant vu passer les charrettes, s’est précipitée sur leur passage en criant : « Laissez-les nous, où les emmenez-vous ? ». Après un travail d’explication, les paysannes se sont calmées et sont retournées au travail.

Dans certains districts, où aucun travail d’explication n’avait été fait, une partie des paysans moyens a émis l’opinion qu’après les koulaks viendrait leur tour d’être déportés. « Ils ont pris les koulaks, après la moisson, ce sera à notre tour, si l’on n’a pas adhéré d’ici là au kolkhoze ». « Le pouvoir a déporté les koulaks, après les communistes vont s’en prendre à tous les paysans qui ne sont pas entrés au kolkhoze ! »

Il est intéressant de noter que certains milieux koulaks n’ont pas réagi négativement à l’annonce de leur déportation prochaine dans l’Oural. Par endroits, on a noté, parmi les koulaks en instance de déportation, des considérations du genre : le Parti mène systématiquement sa ligne politique, à savoir la liquidation des koulaks en tant que classe ; donc, il n’y a rien d’autre à faire que de se soumettre, de partir en exil et de regagner là-bas la confiance du pouvoir soviétique par un travail honnête. Voici par exemple des propos tenus par un groupe de koulaks : « On doit surmonter toutes les difficultés. On nous déporte en tant qu’exploiteurs, en tant qu’ennemis de classe. Dans notre exil, nous devrons racheter nos fautes, notre passé. Alors, le pouvoir soviétique nous reprendra parmi les siens » (de tels propos ont été notés avant la publication du décret du Comité exécutif central de l’URSS[5]). On a noté également qu’un certain nombre de koulaks en fuite se sont présentés volontairement aux points de chargement des convois de déportés pour être inclus dans les listes pour l’Oural.

Parallèlement, on a noté, dans un grand nombre de districts, de nombreuses tentatives faites par les éléments contre-révolutionnaires koulaks pour perturber les opérations de déportation : propagande anti-soviétique, nombreuses rumeurs provocatrices, tracts, menaces contre les activistes, etc. Dans certains cas, les koulaks en appelaient à la solidarité villageoise pour empêcher les déportations. Toutefois, ces tentatives ont toujours été contrecarrées et n’ont pas obtenu d’appuis parmi la population locale.

Ayant échoué sur ce front, les koulaks ont tenté de s’enfuir. On a noté de nombreuses fuites de familles entières ; néanmoins, ces fuites n’ont pas eu de conséquences importantes sur le déroulement des opérations de déportation. En effet, un grand nombre de chefs de famille ont été appréhendés avant. Les koulaks les plus actifs se sont réfugiés dans les forêts, tentant de s’organiser en bandes armées et d’opposer une résistance active, les armes à la main, au pouvoir soviétique, dans l’espoir d’entraîner l’ensemble de la paysannerie à se soulever. Ainsi, dans le district Gorodnianskii (région de Kiev), à la veille de l’arrestation des chefs de famille koulaks, nos services avaient monté une opération visant à liquider les cadres de l’organisation contre-révolutionnaire « Les offensés ». Riabtchenko, le chef de cette bande, qui était parvenu à s’enfuir, a mis à profit les opérations de déportation qui se préparaient pour faire circuler des rumeurs provocatrices. Il est parvenu à rassembler un groupe de 150 personnes, prêt à déclencher une insurrection armée. Pour obtenir des chevaux et des armes, la bande a attaqué le sovkhoze, les fabriques de bois et la distillerie, et s’est procuré armes, chevaux et provisions. Le 17 juin, à la suite d’un affrontement avec nos unités, 20 bandits ont été tués, 18 blessés, les autres se sont rendus. Riabtchenko a été arrêté et la bande entièrement liquidée.

Des phénomènes semblables (banditisme) ont eu lieu dans un certain nombre de districts. Toutefois, les mesures opérationnelles prises à temps par le Guépéou, ainsi que l’activisme de classe des masses kolkhoziennes et des paysans pauvres et moyens ont permis la liquidation rapide de ces bandes [...]

Le Président du Guépéou de la RSS d’Ukraine, V. Balitskii

Source : TsA FSB, 2/9/572/311-326

[5]. Il s’agit du décret du 3 juin 1931 qui stipulait que les koulaks déportés pouvaient recouvrer leurs droits civiques dans un délai de cinq ans à condition « d’avoir démontré dans les faits qu’ils ont cessé leur lutte contre le système kolkhozien et les mesures prises par le pouvoir soviétique pour assurer le développement de l’agriculture socialiste et d’avoir montré qu’ils étaient des travailleurs consciencieux et honnêtes ».

Riceviamo e pubblichiamo

L’Associazione Campo della Memoria

organizza per

Venerdì 24 Febbraio 2012

“LA GIORNATA DEL RICORDO DELLE FOIBE”

presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica, in Roma

Piazza della Minerva, 38

Interverrà il Dott. Pietro Cappellari

della Fondazione della RSI

sul tema

L’accordo mancato RSI-Regno del Sud. La politica in difesa del confine orientale della Repubblica Sociale

1943-1945

Per partecipare rispondete a campomemoria@tiscali.it indicando i nominativi dei

partecipanti o inviare un fax allo 06 64721096.

…nella notte fra tre e quattro marzo 1944

Tratto da Avvenire del 12 marzo 2011

Nella notte tra il 3 e 4 marzo 1944, Palmiro Togliatti veniva con­vocato da Stalin al Cremlino. Pochi giorni dopo l’Urss rico­nosceva il governo di Bado­glio, come l’unico possibile in quel momento. La questione istituzionale, legata all’abdi­cazione di Vittorio Emanuele III (richiesta ancora a gennaio dai partiti del Cln), diventava marginale. Se ne sarebbe par­lato a guerra conclusa. A que­sta decisione, frutto di un in­tenso gioco diplomatico ben condotto dal nostro Paese, il Partito comunista italiano fu sostanzialmente estraneo. Quando il leader del Pci, ri­tornato in Ita­lia alla fine del mese, avreb­be annuncia­to quella che sarebbe stata definita la ’svolta di Sa­lerno’, se è vero che la sorpresa tra i partiti demo­cratici italiani fu notevole (per il capo­volgimento tattico e stra­tegico dell’a­zione svolta fino ad allora) in realtà – co­me rileva Marco Cle­menti nel ri­percorrere, con docu­menti anche inediti, le relazioni tra i due Paesi e quelle tra i due partiti comunisti dopo l’8 settembre – il ruolo di Togliatti «appare secondario non solo rispetto a quello di Mosca, ma anche a quello del governo italiano». Un ruolo secondario e ap­piattito acriticamente sulle posizioni del Partito comuni­sta sovietico è confermato da questo libro nell’affrontare al­cuni dei nodi che segnarono quegli anni di Guerra fredda e di crescente contrapposizio­ne ideologica. Nella dramma­tica vicenda dei nostri milita­ri in Unione sovietica (venti­duemila i caduti durante la ri­tirata; trentottomila i morti nei campi di concentramen­to; poco più di diecimila i rientrati in Italia) con il segui­to di polemiche di stampa e giudiziarie, processi, scambi di accuse tra gli stessi comu­nisti siamo di fronte ad una sostanziale ambiguità ed an­che cinismo di Togliatti. Sulla questione di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia rivendicate da Tito con le foibe e l’esodo da quei territorio di migliaia e migliaia di nostri connazio­nali, il leader comunista nei rapporti con Mosca «conti­nuava ad agire con costante riferimento alla politica este­ra sovietica riflettendone le o­scillazioni e amplificandone le contraddizioni».

C’è una vicenda indicativa dello stato di sudditanza del Pci nei confronti del comuni­smo di Stalin e riguarda il libro di Luigi Longo Un popolo al­la macchia, che in pratica so­steneva – come affermava an­che una relazione alla fine del 1945 dell’ambasciatore sovie­tico – che la Resistenza era na­ta dall’unione dei partiti anti­fascisti e con la partecipazio­ne di non po­chi ufficiali e soldati dell’e­sercito italia­no. Ma a Mo­sca la tradu­zione del volu­me fu blocca­ta. Conteneva, a giudizio dei censori sovie­tici, non pochi ‘errori’ che dovevano es­sere radical­mente corret­ti. Si taceva in­fatti sul ruolo determinante dell’Urss e del Pci. Solo nel 1951 il libro di Longo sarebbe state pubbli­cato in Urss. Comparando il testo italiano e quello sovietico emerge con chiarezza che l’autore aveva accettato senza battere ciglio le modifiche proposte: il go­verno italiano nato dopo la ’svolta di Salerno’ era stato formato solo grazie all’inizia­tiva di Togliatti; nella guerra di Liberazione i comunisti ave­vano sostenuto «il maggiore sforzo organizzativo mentre gli Alleati, per tramite dei de­mocristiani e degli altri parti­ti di destra, cercavano in ogni modo di limitare l’autorità e l’influenza dei partigiani».

Anche con correzioni come questa sarebbe nata la ‘favo­la’ della Resistenza rossa e so­lo rossa. La via italiana al so­cialismo era ancora di là da venire.